«Non cattolico, ma di certo cristiano»

Alessandro Quasimodo, attore e regista teatrale e cinematografico, aveva poco meno di trent’anni quando, nel 1968, moriva il padre, Salvatore. «Soprattutto nell’ultimo periodo gli capitava di sfogarsi con me. In qualche modo mi confessava i suoi dolori, i suoi desideri...».
Parlavate anche di Dio, della fede?
«Sì, certo. Per lui la fede è stata una ricerca durata tutta la vita, la stessa ricerca che segnò il percorso di sant’Agostino: un nome che ricorre molte volte nella biografia di mio padre, che già lo leggeva da studente, a Messina. Ma una “vena” religiosa ha percorso tutta la sua esistenza, anche se all’esterno magari questa cosa appariva poco. Come i rami secchi d’inverno, che sembrano morti, ma all’interno dei quali scorre la linfa pronta a germogliare. La stessa cosa accadde dentro di lui».
Anche nei suoi versi...
«Tutta la sua poesia in questo senso è costellata da un interrogativo. Una volta un giornalista chiese a mio padre a chi si rivolgeva quando scriveva “Signore”. Rispose che naturalmente si rivolgeva a Gesù Cristo. Al centro della sua opera c’è sempre l’Uomo. E a maggior ragione Dio che si fa Uomo».
Anche nelle ultime poesie c’è questo anelito al trascendente...
«Non ha mai creduto che l’uomo, con tutte le sue domande, il suo tendere all’infinito, possa scomparire divorato dalla morte immortale, thanatos athanatos».
Un cristiano, ma non cattolico.
«Cristiano, sì. Ma non cattolico: sentiva un distacco tra sé e la Chiesa come istituzione, anche se a esempio amava molto, come amo anch’io, papa Giovanni XXIII con la sua attenzione al sociale».
Un intellettuale di sinistra, ma non comunista.
«Il suo essere di sinistra significava stare dalla parte di chi lavora, di chi viene sfruttato, di chi ha pulsioni verso qualcosa ma non le può sfruttare perché c’è una classe dirigente che non lo permette. Fu sempre sensibile a questi valori, ma senza mai abbassarsi a “cantore del partito”. Nel Pci rimase pochi mesi, alla fine degli anni Quaranta. Si illuse che, entrato lui, gli altri intellettuali, come Alicata, si facessero da parte. Ma ovviamente non accadde. Lui se ne andò, collaborando da fuori, però».
E la sua affiliazione alla Massoneria?
«Ci fu, è innegabile. Fra il 1919 e il 1920 si affiliò a una loggia di Licata, in Sicilia. Ci sono prove dirette. Ma si trattò solo di un gesto giovanile di ribellione, di scontento. Nella sua vita in realtà non manifestò alcun segno di appartenenza o di vicinanza, neppure frequentazioni, con l’ambiente massone».