Non cediamo alla sinistra anche il seggio alla Consulta

Si è conclusa due giorni fa la presidenza della Corte Costituzionale di Ugo De Siervo. Come è tradizione per la Consulta, la sua presidenza è durata poco più di quattro mesi. Ciò, comunque, gli garantirà una pensione adeguata (le pensioni dei giudici della Consulta costano mediamente 250mila euro l’anno) che potrà cumulare con quella di professore ordinario dell’Università di Firenze e con quella, cui sicuramente ha diritto, di componente dell’Autorità per la protezione della privacy. Insomma, per De Siervo l’andare in pensione non sarà traumatico come per molti italiani. Del pensionamento di De Siervo ce ne faremo una ragione.
Piuttosto, si porrà il problema dell’elezione di un nuovo giudice della Corte Costituzionale. Le norme che sovrintendono questo adempimento sono contenute nella Costituzione e sono ben chiare. Il Parlamento in seduta comune nomina cinque giudici. De Siervo era stato nominato il 24 aprile 2002 «in quota sinistra». Ma lo stesso Presidente emerito ci ha sempre ricordato quanto sia importante rispettare oltre che la lettera della Costituzione, anche lo spirito delle sue norme. E poiché nell’articolo 135 non si rinviene la ripartizione dei giudici secondo l’etichetta politica, non esiste una sola ragione per assecondare questa pessima prassi.
Se la Corte Costituzionale deve essere il supremo garante della Costituzione è necessario che appaia neutrale rispetto alle controversie politiche, alle ideologie e alle aspettative dei partiti. Quello che ci attendiamo dai giudici costituzionali è che esprimano una sola fede, quella nei «valori della costituzione». Si richiede ai giudici costituzionali di essere personalità di particolare competenza in materia giuridica, scelte tra avvocati con oltre 20 anni di professione, professori ordinari in materie giuridiche e magistrati delle giurisdizioni superiori. Se sono soddisfatte queste condizioni, importa poco che si sia professata una idea di destra, di centro o di sinistra.
Nei prossimi giorni il Parlamento si riunirà per nominare il sostituto. La maggioranza rompa con la prassi spartitoria di un tempo e si faccia promotrice della designazione di un candidato tra personalità di indiscussa competenza giuridica. Se la minoranza continuerà a pretendere di nominare un giudice «in quota sinistra» si assumerà la responsabilità di far fallire le votazioni a ripetizione.
In questi giorni, durante quel simulacro di ostruzionismo organizzato dal Pd, molti esponenti della minoranza hanno evocato la «dittatura della maggioranza». Ebbene, se è legittimo contrastare la dittatura della maggioranza, ancor di più è legittimo, anzi doveroso, contrastare la «dittatura della minoranza» che pretende di avere l’ultima voce in sede di designazione dei candidati alla carica di giudice costituzionale. In un Paese normale, e l’Italia non lo è, questo è il modo di procedere, lineare e trasparente di chi detiene il favore popolare espresso in libere elezioni. Ridurre tutto ai soliti accordi sottobanco per meglio spartirsi le collocazioni di potere è una prassi, ancorché consolidata, che va una volta per tutte messa da parte e sostituita con la semplice e dura legge dell’aritmetica.
*Imprenditore e deputato Pdl