"Non chiedermi di aprire il mio cuore, uscirebbe roba nera"

Mai rassegnato, continua a scrivere e viaggiare Cruciale l'incontro con le opere di Caravaggio

da Londra

Il declino e l'avvicinarsi della morte. L'ultimo volume dell'epistolario di Samuel Beckett è una lunga meditazione sulla fine della vita. A sessant'anni lo scrittore sentiva l'ingiuria del tempo, scomparivano gli amici, gli stimoli letterari si affievolivano. «Giacometti morto. Georges Devine morto. Sì, portami al Père Lachaise, dove ardono i lumini rossi», scrive nel gennaio 1966 alla sua traduttrice olandese Jacoba van Velde. Ma doveva sopravvivere ancora ventiquattro anni e scrivere alcune delle sue opere più memorabili. E migliaia di lettere che oggi costituiscono una sorta di reticente autobiografia e una parte integrante e preziosa del suo canone.

Con il quarto volume dell'epistolario, The letters of Samuel Beckett 1966-1989, a cura di George Craig, Martha Dow Fehsenfeld, Dun Gunn e Lois More Overbeck (pagg. 837, sterline 29,99) uscito in Inghilterra, il progetto scientifico promosso dalla Cambridge University Press è compiuto. Quattro volumi, corredati di un apparato critico impeccabile, una miniera di dettagli e di informazioni per gli studiosi dello scrittore, il quale aveva espressamente richiesto di pubblicare sì una selezione delle sue lettere «ma solo quei passaggi rilevanti per il mio lavoro». L'uomo Beckett voleva rimanere elusivo, ma lo troviamo in ogni rigo. Una selezione difficile per i curatori, Beckett lasciò una delle più grandi collezioni nella storia letteraria, oltre 15mila lettere e cartoline in una grafia appena decifrabile, con il problema supplementare delle lingue in cui Beckett scriveva con disinvoltura, l'inglese, il francese, il tedesco e migliaia di riferimenti alla letteratura, arte, musica.

Nel 1966 Beckett vive a Parigi con la moglie Suzanne Deschevaux-Dumesnil, una coppia non felice e lui si rifugia spesso nel villino a Ussy-sur-Marne a est di Parigi dove si chiude a scrivere in pace. «Vado avanti a lavorare... con la testa che declina». Le lettere raccontano la sofferta ma intensa sopravvivenza di questi ultimi anni, ne descrivono il declino e l'implicita resistenza. Del resto, nonostante scriva a un giovane poeta di dibattersi faticosamente nella discesa «del lungo tortuoso rettilineo» e citi il canto dei becchini nell'Amleto, «la vecchiaia furtiva nelle sue grinfie mi ha preso», negli ultimi 24 anni della sua vita Beckett produce opere indimenticabili. Alla formidabile prosa di Per finire ancora e altri fallimenti e Lo spopolatore, segue la straordinaria intensità dei drammi brevi, scritti per lo più in inglese, fra cui Non io, Passi, A Piece of Monologue, Dondolo, Improvviso dell'Ohio, Catastrofe, Cosa dove e quei drammi per la televisione, Trio degli spiriti,... nuvole... , Quad, Nackt und Traüme.

Lettere tutt'altro che spente ne registrano la laboriosa creazione, dalla pagina alla scena. Perfezionista qual era Beckett è sempre in viaggio a Berlino, Stoccarda, Francoforte o Londra a seguire da vicino nuovi allestimenti di Krapp o Godot o Giorni felici, o i brevi drammi più nuovi per i quali non si fidava di alcun regista. Non era mai contento dei risultati e riporta con truce umorismo le sue difficoltà con gli attori. Tuttavia scrive da Berlino: «Mettere in scena le proprie pièce a destra e a sinistra nelle tre lingue, c'è di peggio alla fine di una vita». Non a caso la maggior parte della corrispondenza di questi anni riguarda minuziose istruzioni a registi e attori. Anche se rifiuta di dare informazioni «privilegiate», come scrive ad Alan Schneider in America a proposito della sua produzione di Non io ,«Non so dove sia e cosa faccia e perché. Tutto quello che so è nel testo... Il resto è Ibsen».

L'economia espressiva delle sue opere si riflette nella concisione delle lettere, sempre più brevi e trancianti anche nel privato. «Non chiedermi di aprirti il mio cuore - scrive all'amante Barbara Bray fedele compagna - ne uscirebbe della brutta roba nera». Se la storia che queste lettere raccontano sembra cristallizzata intorno al declino e all'ombra della morte, mentre Beckett «attende di raggiungere nell'Antipurgatorio l'amico Belacqua», il più costante compagno del suo lavoro, e scrive alla cugina «inutile parlare di dolore e di morte, più si va avanti non sembra resti molto d'altro», non mancano ripetuti e variati soggiorni di vacanze. Dalla Sardegna a Santa Margherita Ligure, a Courmayeur , Cascais in Portogallo, Funchal e Porto Santo a Madera, Atene, Rodi, in Marocco e in Tunisia più volte, a Tangeri per diversi anni, a Malta due volte espressamente per vedere il Caravaggio nella Cattedrale a Valletta, la Decollazione di San Giovanni Battista che lascia un'impressione indelebile e influenzerà il su lavoro.

Il lavoro, sempre più importante di tutto. E così la corrispondenza quale necessaria premessa. Quando vinse il Premio Nobel nel 1969 annotava «nelle ultime tre settimane ho scritto 500 biglietti cartoline e lettere di ringraziamenti. Finché non avrò finito, non sono in grado di lavorare».

Pagine affascinanti sono anche quelle che rivelano ciò che non voleva che trasparisse, l'uomo privato dietro l'artista dell'estetica del fallimento e della futilità. Scopriamo le sue malattie, la cataratta, la periartrite e così via. Beckett continua a leggere Dante e Virgilio anche se a Parigi è bombardato di richieste, biografi che vogliono scrivere la sua storia, Laurence Olivier vuole allestire il suo dramma radifonico Tutti quelli che cadono al National Theatre di Londra, Roman Polanski vuole filmare Godot, qualcuno vorrebbe allestire Godot tutto al femminile, «No - risponde - No, No e No». Resiste con fermezza alle impertinenti intrusioni del mondo moderno, e alla fine si arrende. Quando nel 1986 gli chiedono se una donna può interpretare la parte di Lucky in Godot, dice al suo agente: «permesso concesso e vaffan... ».