NON CI FACCIANO LA MORALE

Per essere quelli onesti, non c'è male. Hanno persino costretto alle dimissioni il commissario anticorruzione. Dice che non gli danno i mezzi per lavorare. Con il governo Prodi «una seria politica contro gli illeciti nella pubblica amministrazione è impossibile». Ma non dovevano essere quelli che ci davano lezioni di legalità? E meno male: altrimenti che sarebbe successo? Sarebbero entrati direttamente a Palazzo Chigi vestiti come la Banda Bassotti? Lo diciamo persino un po' delusi. Ci avevano tanto ripetuto che erano moralmente superiori che quasi avevamo finito per crederci. Oddio, pensare che lezioni di moralità potessero arrivare dall'ex presidente dell'Iri (Sme, Alfa...) e dai nipotini del partito finanziato dal Pcus, era un po' come immaginare Cicciolina che dà lezioni di castità. Però, che ci volete fare? Le vie del Signore sono infinite. E loro, quando non erano distratti dalle telefonate sull'Unipol («Abbiamo una banca?»), erano così insistenti sul tema della superiorità etica che pareva brutto non provare a vederli all'opera.
Ecco, li abbiamo visti. E l'abbiamo vista brutta, come disse la famosa vecchietta davanti allo specchio. Il governo è subito partito alla grande: dopo aver promesso in campagna elettorale di ridurre il numero dei ministeri («Guardi qua, dottor Vespa: nel programma c'è scritto così», diceva D'Alema a Porta a Porta), ha dato vita a una distribuzione di poltrone (102) mai vista nella storia della Repubblica. Poi la vicenda dei pizzini al Senato, lo scandalo delle tessere false alla Margherita, l'inchiesta della Calabria con mezza Unione indagata, intercettazioni in carcere e persino i fiori in memoria di Fortugno pagati alla mafia. Del resto come stupirsi? Il paladino delle regole è il viceministro Visco, già condannato per abuso edilizio. Uno che se la prende con i commercianti che non emettono scontrini fiscali, ma poi li tollera (o non li vede?) nei corridoi del ministero. Il ministro Melandri predica rispetto per gli stranieri e finisce nei guai per una baby sitter clandestina. E il premier Prodi? In campagna elettorale dice: «Chi fa ricche donazioni deve pagare le tasse». Poi dona 870mila euro ai figli e non paga una lira di tasse, sfruttando una legge del governo Berlusconi che poi naturalmente si premura di abrogare. Sicuro: la famiglia è sistemata. Il resto del Paese può beccarsi la stangata.
«All'Italia serve uno scatto morale», pontificava Prodi con un articolo sulla Stampa nel 2003. Ecco: forse serve ancora. Il premier aveva promesso di «allontanare i sospetti di collusione con i grandi centri economici» e poi ha fatto la Sacra Romana Intesa (via San Paolo-Bazoli) e ha tentato il colpo su Telecom. Aveva promesso di limitare le nomine negli enti e invece le ha moltiplicate. Aveva promesso rigore e serietà e invece ha prodotto colpi di spugna.
Fra l'altro oggi, insieme alle dimissioni del commissario anticorruzione, ne scopriamo un'altra. Il famoso emendamento che ha introdotto la sanatoria per i politici che rubano, infatti, non era un incidente di percorso, come si è voluto far credere, ma un provvedimento studiato e voluto da parlamentari di tutta l'Unione. Pezzi grossi compresi, collaboratori dei ministri, esponenti dei Ds e pure dell'Italia dei Valori. Morale? Non fateci la morale. Almeno quella, per favore. Risparmiatecela. In campagna elettorale Prodi disse che gli elettori di Forza Italia sono quelli che parcheggiano in doppia fila. Forse. Ma allora i politici dell'Unione, come minimo, sono quelli che bucano le gomme e graffiano le carrozzerie.