«Non ci riesco a credere Questa non è giustizia»

«Non ci credo, non me l’aspettavo. O almeno, non così». Michele Tollis ha lo sguardo che vaga nel vuoto. «Una riduzione della pena ci poteva anche essere, ma questo è troppo. Questa non è giustizia! È una giustizia ingiusta!». Gli occhi lucidi, ma non ha quasi più rabbia. Fabio, suo figlio, le «Bestie di Satana» l’hanno massacrato ormai otto anni fa. E ora di gridare non ne ha più la forza. Soltanto, sconforto e dolore. «Questo è uno schiaffo, credo che anche mio figlio si sarà agitato nella tomba a sentire quel che veniva deciso».
«È un’ingiustizia, non c’è proporzione tra questa condanna e i reati che sono stati commessi». La voce bassa, ma ferma. Per un atto d’accusa, perché «questo è un doppio tradimento del tribunale di Milano, perché proprio qui a Milano se ne erano occupati all’inizio del caso, ma in modo troppo superficiale. E ora riducono la pena a Volpe a vent’anni... ma per piacere! Vent’anni per due ragazzi fatti a pezzi, presi a martellate e sepolti. Avrei accettato una riduzione minima, ma questa non se la meritavano. Sono stati anni di tortura, e adesso è andato tutto in fumo. E mi rimangio ogni apertura del passato nei confronti di Volpe. No, non lo perdonerò mai, né lui né gli eventuali corresposabili che non sono stati individuati. Perché lo so che ci sono». Poi un pensiero alla figlia, che in lacrime si nasconde in un angolo del Palazzo di Giustizia, «perché io e mia moglie siamo più forti, siamo ormai temprati nel fisico e nella testa, ma lei lasciatela stare, perché è lei ora che soffre di più».
E un altro pensiero ai giorni a venire. Tra una normalità impossibile da ritrovare e la convinzione che non sia questa l’ultima mano della partita. «Non mi resta che portare a casa questo verdetto, e rimettermi al lavoro sul mio trattore, come ho sempre fatto e come continuerò a fare. Ma non è finita qui». È convinto che non tutte le «Bestie i satana» siano finite in carcere. È certo che qualcuno sia ancora in circolazione. «Ci sono altri responsabili per quello che è successo in quel bosco, altri assassini. E sicuramente ci saranno anche altri scomparsi. Ma io non mi fermo, se potrò cercherò in tutti i modi di individuarli».
Sotto choc, e lo ammette. «Come un pugile che ha incassato il colpo, ecco come sto». «Sento in me una gigantesca amarezza perché i giudici hanno buttato alle ortiche la sentenza di primo grado. Ma non mi fermo in quest’aula, anche se mi ha dato questa batosta. Non è finita, la mia battaglia proseguirà anche in Cassazione. La mia è una battaglia per la verità, e ormai è lo scopo della mia vita».