Non ci sarà il miracolo ma senza l’Udc più facile tagliare tasse e sprechi

Che cosa può provare un leader al momento di rientrare per la terza volta in quattordici anni a Palazzo Chigi, finalmente con una maggioranza coesa? Sicuramente una gran voglia di realizzare quello per cui è sceso in campo e che - per una serie di circostanze avverse - non gli è riuscito né nel 1994, né nel 2001. Silvio Berlusconi è conscio che questa è la sua ultima occasione per dimostrare di essere l’unico uomo oggi in grado di rimettere in piedi il Paese e sa anche che, con tutti i problemi che incombono, non può perdere un minuto. Quando, in campagna elettorale, illustrava tutto ciò che avrebbe fatto nel primo consiglio dei ministri, parlava sul serio. Se, come è auspicabile, riuscirà a formare rapidamente un governo di soli dodici ministri, scelti non in base al solito manuale Cancelli, ma per le loro specifiche competenze, dobbiamo perciò aspettarci cento giorni densi di iniziative, che daranno il tono a tutta la legislatura. Ma, come egli stesso ha ripetuto più volte, non è il caso di aspettarsi miracoli. Così come, sette anni fa, la sua azione fu pesantemente condizionata dalle ricadute degli attentati dell’11 settembre, oggi deve fare i conti con una congiuntura economica mondiale gravida di incognite e con una situazione italiana resa drammatica da due anni di malgoverno della sinistra. Fino a ieri si è parlato soprattutto di riduzione della pressione fiscale: via l’Ici sulla prima casa, via le tasse su straordinari e premi di produzione, via anche il bollo auto e - come traguardo finale - riduzione generalizzata delle aliquote Irpef. È questo che si attende, ora, chi ha votato per il Popolo della libertà. Berlusconi sa che la ricetta ha funzionato in buona parte dei Paesi occidentali ed è convinto che possa rilanciare anche l’economia italiana, ma solo se si riuscirà a compensare la drastica riduzione delle entrate con un’altrettanto drastica riduzione della spesa pubblica. Bisognerà davvero abolire Province e enti inutili, ridimensionare la burocrazia, eliminare gli innumerevoli sprechi e privilegi che appesantiscono il nostro bilancio. Sarà una battaglia titanica, contro sindacati, corporazioni e portatori di interessi vari, ma se non la si imposta subito, sullo slancio del successo elettorale, non si va da nessuna parte. Purtroppo, tutto quello di cui l’Italia ha bisogno costa: le nuove infrastrutture, un serio piano energetico, l’adeguamento delle pensioni minime, un potenziamento delle forze dell’ordine, perfino la rimozione della munnezza campana; e, con le prospettive di crescita ridotte a poco più di zero, le risorse sono quelle che sono. Da buon imprenditore, e nello spirito dello slogan «Rialzati Italia», Berlusconi cercherà perciò, in prima battuta, di favorire la creazione di nuova ricchezza, aggredendo i fattori che, in questi anni, ci hanno fatto precipitare nelle classifiche della produttività e della competitività. Soprattutto, farà il possibile per restituire al Paese ciò di cui oggi più manca: la fiducia. Molti altri sono i fronti aperti: la riforma della giustizia, la ristrutturazione del sistema previdenziale, la scuola, la ricerca e - con scadenza immediata - una soluzione dignitosa per Alitalia. Ci sono situazioni che marciscono da anni e, senza la riforma costituzionale che dava maggiori poteri alla presidenza del Consiglio e snelliva i lavori del Parlamento che la sinistra ha affossato con il referendum, sarà dura affrontarle in tempi brevi. Ma Berlusconi sa che, se vuole conquistarsi un posto nella storia, deve superare questi handicap. E, dai discorsi che ha fatto in queste settimane, c’è da aspettarsi che ci proverà, finalmente senza lasciarsi condizionare.