NON CI SERVONO POSTINI

Perché fa scandalo l’approvazione di un emendamento alla manovra economica triennale che consente di transare economicamente vertenze tra aziende e precari in attesa della messa a regime delle nuove regole? Gianfranco Conte, presidente della Commissione Finanza alla Camera, «regista» dell’emendamento, spiega come l’intervento riguardi in parte rilevante le Poste, squassate da circa ventimila ricorsi di lavoratori che, magari impegnati per tre mesi, aspirano al posto fisso. Guglielmo Epifani dice che se l’azienda sbaglia, deve pagare. Le Poste, però, sono dello Stato e se si caricano di lavoratori non utili, siamo noi a pagare.
Perché, allora, due ottimi ministri come Maurizio Sacconi e Renato Brunetta sono insoddisfatti dell’emendamento? Il loro punto di vista non è certo quello demagogico di Epifani. Il governo è impegnato in una complicata operazione di riforma dello Stato sociale. Sacconi ha presentato un articolato «libro verde» sulla materia da trasformare in un «libro bianco» sulle cui linee di fondo si può trovare l’accordo di parte rilevante di organizzazioni anche del lavoro dipendente. E una seria interlocuzione con l’opposizione non massimalista. Si tratta di introdurre principi per cui si aiutano i bisognosi non solo a sopravvivere ma a vivere meglio, innanzi tutto lavorando, e a questo scopo si mobilita non solo la spesa pubblica ma l’insieme della società a partire dalle famiglie.
Per questo obiettivo serve il dialogo con tutti, a partire da quel centro d’intelligenza sociale che è la Cisl. Il nucleo liberale presente nel Partito democratico, da Tiziano Treu a Pietro Ichino, da Massimo Calearo a Matteo Colaninno, deve essere messo in grado di chiedere il pagamento delle cambiali riformiste che Walter Veltroni ha firmato durante la campagna elettorale. Ecco perché il metodo del dialogo, anche quando si ha ragione come sulle vertenze dei postini precari, va preservato. Sapendo che le possibilità di fare riforme radicali, che non rimandino i problemi al 2050 come vuole Epifani con le pensioni, sono reali. Lo spiega il presidente della Repubblica quando dice che o si fanno le riforme (e per queste serve anche il dialogo) o non si farà nulla.
Ciò non vale solo in Italia. In Gran Bretagna, la riforma del welfare era un obiettivo forte di Tony Blair che aveva incaricato un ex banchiere, David Freud, di preparare una riforma innanzi tutto dei sussidi per i disoccupati. Arrivato al potere, Gordon Brown si è liberato di Freud così come di quasi tutti i blairisti. L’ex banchiere, già consulente dei laburisti, si è visto così reclutare dal think tank tory Policy Exchange e dal ministro ombra al Work & Pensions Chris Grayling, e ha prodotto un’ottima proposta. Così buona che l’amletico Brown appena ne ha constatato l’accoglienza calorosa ha subito chiesto al suo ministro della partita, James Purnell, di richiamare Freud al lavoro per scrivere un nuovo «libro verde» sul welfare.
Siamo in una fase in cui servono radicali cambiamenti nello Stato sociale e in certi casi questi cambiamenti richiedono intese bipartisan, come quelle che consentirono di cambiare il welfare americano grazie all’accordo tra il presidente Bill Clinton e il leader dei repubblicani, neocon e tra gli esponenti più liberisti, Newt Gingrich. L’Italia non ha bisogno di postini in surplus né di veti sindacali né di pasticci consociativi. Ma il dialogo serve per cambiare e il cambiamento per rilanciarsi. Teniamone conto nella pur libera dialettica parlamentare.
Lodovico Festa