Non ci sto Quante conversioni sulla via della pubblicità

Diceva l’indimenticabile Ennio Flaiano, che in Italia le uniche rivoluzioni sono quelle che si fanno con l’autorizzazione del maresciallo dei carabinieri e non possono essere neppure troppo serie perché ci conosciamo tutti troppo bene. Sta forse in questo aforisma la vera spiegazione anche degli esiti di fatto nell’outing involontario del cantante Marco Castoldi, alias Morgan.
Non voglio neppure entrare nel merito specifico dell’evento.
Il fatto che al giornalista di un grande rotocalco dello spettacolo si possa dichiarare allegramente che la vera cura della propria depressione è la cocaina, che funziona meglio di ogni altro psicofarmaco antidepressivo, non può che apparire, agli occhi di un esperto, giustappunto un vero e specifico effetto della cocaina stessa. Che infatti fa perdere senso critico, freni inibitori, e alla lunga ogni lume della ragione.
Ciò detto, l’aspetto veramente interessante è la reazione isterica collettiva alla manifestazione di questo sintomo, in verità neppur troppo raro. Prima una dichiarazione di espulsione da Sanremo quasi imbarazzata, poi un coro sdegnato di anime belle che elogiano l’autenticità e la sincerità di questa sbordatura psicopatologica, infine gli intimismi pieni di distinguo che tra le lacrime di Livia Turco, gli imbarazzi della Meloni, le risate bonarie di Don Mazzi, i panegirici della moglie di Celentano e i proclami libertari di un certo Bonaga, già in Parietti, «antropofilosofo» in Bologna, hanno concluso che forse è meglio che Morgan si autoescluda dal Festival, per evitare accuse di eccessivo rigorismo ad un Masi, direttore della Tv, già pronto al perdono dopo un semi autodafé di pentimento nel salotto di Vespa, che lava ogni peccato come un tempo le indulgenze o i confessionali. Sublime la proposta venuta con qualcuno che canti come ospite d’onore, o disonore, non si sa.
E tutto ciò di fronte a un Morgan quasi stupito di tanto premuroso interesse, che dichiarava di non aver mai ricevuto tante proposte televisive, in particolare dalla Rai, da Domenica In fino a, m’immagino, i programmi specialistici di salute o di spiritualità, e magari la consacrazione a futura memoria de La storia siamo noi.
In questa specie di «Paese delle meraviglie», con i suoi conigli bianchi, i cappellai matti e le tante Alici pseudo-sprovvedute, non può che scaturire una considerazione un po’ amara, che dà comunque a questo vecchio giovanotto bisognoso di cure, una patente per la guerra da corsa, come il suo omonimo Henry Morgan, nato schiavo e morto governatore della Giamaica, autorizzato dal re d’Inghilterra a depredare città e galeoni spagnoli, con una regale e lucrosa impunità.
La mancanza di un comune sentire etico, unita alla melassa di un buonismo gelatinoso, sembra sideralmente lontana dal clima in cui la bestemmia del povero Mastelloni lo cancellò per un ventennio da tutte le televisioni del regno. E persino il povero Ceccherini, per un moccolo toscano pronunciato a mezza voce, si è visto cancellato dai palinsesti del presente e del futuro.
La bestemmia, magari inconsapevole, di Marco Castoldi, non è certamente meno grave, soprattutto perché lancia a tanti giovani e famiglie disperate un messaggio devastante, reso ancora più tale dal formidabile esito sociale persino delle sue conseguenze mediatiche. E in fondo apre, magari inconsapevolmente, una strada di facile marketing. Che sarà quando una starlet sulla via del tramonto (il che non è per Morgan) sceglierà di rivelare debolezze e perversioni sessuali al limite della pedofilia, chiedendo l’umana comprensione, oppure la rivelazione cruenta di violenze subite, ma soprattutto perpetrate nel passato o nel presente?
L’effetto mediatico sarà immediato. I salotti televisivi dei talk show si spalancano, per settimane non si parla d’altro e si può passare, come Kate Moss, in un mese e senza alcuno sforzo o cura, da scoppiata maledetta a remunerata testimonial della lotta contro le droghe. Insomma ogni cosa si rovescia rapidamente e senza fatica nel suo immediato contrario. Con l’effetto veramente satanico di aumentare il disorientamento, la confusione e i rischi di coloro che soffrono davvero, o che in dolorosi percorsi di cura e di comunità cercano di uscire dalla piaga del loro mal di vivere.
Come in tutte le false rivoluzioni, basate su valori estinti senza prezzo, sui buonismi alla melassa e sulle generosità pelose, sarebbe bello che tutte le tragedie potessero finire in farsa. Ma questo purtroppo accade soltanto per i vip nel loro mondo pieno di paillettes, di rilanci mediatici e di ragionamenti autoreferenziali e spesso insulsi.
Come nella buona dottrina cattolica, condannare il peccato e salvare il peccatore non vuol dire in nessun modo farne un eroe, o antieroe. Anche perché pensare di imitarlo per i più o anche soltanto sentirsene giustificati, vuole dire finire immediatamente in quella spazzatura sociale, che chi ha bucato davvero lo schermo, i media e tutto il resto non conoscerà mai. Buon per lui.