«Non è una colpa se il cinema sa parlare ai ragazzi»

Fausto Brizzi replica a Sorrentino: «Tim Burton insegna, si possono fare film d’autore anche rivolgendosi al grande pubblico»

da Roma

«Sì, ho letto in aereo e preferirei non rispondere»: è la sua prima reazione, pure un po' scocciata. Ma poi - la voce arriva con qualche secondo di ritardo da un'assolata spiaggia asiatica - Fausto Brizzi si fa convincere a commentare alcuni passaggi dell'intervista di Maurizio Cabona a Paolo Sorrentino pubblicata martedì su queste pagine. Ideologo presunto del cosiddetto licealismo nonché golden boy del cinema italiano ed esordiente tra i più gettonati, Brizzi ha 39 anni, appena tre più del sofisticato collega napoletano venerato dalla critica; nondimeno i loro film rispecchiano due mondi estetici agli antipodi, due idee opposte di cinema, con inevitabile divaricazione anche sul versante degli incassi (tutti e tre insieme i film di Sorrentino hanno totalizzato 2 milioni e mezzo di euro, i due di Brizzi all'incirca 26).
Sorrentino, pur senza citarla, accusa: «Il giovanilismo è diventato l'asse portante del nostro cinema». Aggiunge: «Incassi giovanilisti generano altro giovanilismo». Infine ironizza: «Conosce il detto: non l'ho visto e non mi piace?».
«Bah, ognuno vede i film che preferisce. Io, ad esempio, vado pazzo per i giocattoloni hollywoodiani e le commedie romantiche. Sto già contando i giorni che mi separano dal terzo Spider Man. Detto questo, “non l'ho visto e non mi piace” proprio non fa parte del mio vocabolario. Anche perché possono sempre arrivare delle sorprese quando meno te l'aspetti».
La verità: lei ha visto i film di Sorrentino?
«Tutti e tre, in sala, in mezzo al pubblico. E mi sono molto piaciuti, specie il primo, L'uomo in più. Trovo Paolo un regista di talento, originale e colto, dotato di un proprio mondo poetico, tendente al drammatico, che, ovviamente, non è il mio. Personalmente l'ho incrociato solo un paio di volte, ma conosco bene i suoi produttori, Francesca Cima e Nicola Giuliano. Abbiamo frequentato lo stesso corso al Centro sperimentale. Pazienza se sta alla larga dai miei film, se dice che Ho voglia di te e Tre metri sopra il cielo sono solo intrattenimento, che non è cinema tutto ciò che sta su pellicola. Mi dispiace un po’, ma rispetto la sua opinione».
Non ha proprio voglia di polemizzare...
«Ma no, è che trovo un po’ inutili queste discussioni. Il giovanilismo di cui si parla tanto ha semplicemente a che fare, credo, con una ritrovata capacità del cinema italiano di parlare ai ragazzi. Sono bastati tre film per gridare al fenomeno. In fondo, Notte prima degli esami è un piccolo romanzo di formazione, è un po’ quello che fu per me adolescente Il tempo delle mele. Sorrentino non apprezza i film di genere, così facendo si costringerebbero gli esordienti a fare film tenuti a pronto riscontro. Eppure io non mi sono sentito affatto pressato dal mio produttore. Notte era un film che sentivo, l'ho scritto e diretto con spirito d'autore, mettendoci dentro molto di me».
Sostiene Sorrentino: «Fosse vero che i film brutti servono a finanziare quelli belli».
«Guardi, spero che quell’aggettivo - brutti - non riguardi il sottoscritto. In ogni caso, credo che gli incassi facciano comunque bene al cinema. Perché rimettono in moto energie imprenditoriali, perché portano la nostra quota di mercato al 40 e passa per cento, perché spingono tutti noi a fare film migliori, più pensati. L’importante è salvaguardare le differenze, producendo tipologie diverse di film. Esattamente come succedeva negli anni Sessanta. E poi: che c’è di male a fare film belli e popolari? Tim Burton è forse meno autore di altri perché lavora anche per il grande pubblico?».
Un produttore, Riccardo Tozzi, teorizza che il cinema italiano, per funzionare, ha bisogno di Fiat, Alfa Romeo e Ferrari. Concorda?
«Sì. Le attribuzioni sono complicate. Ma diciamo pure che Notte prima degli esami è la Fiat, Saturno contro l'Alfa Romeo e L'amico di famiglia la Ferrari. Così Sorrentino è contento e io mi godo le mie vacanze in santa pace. Arrivederci».