«Non comprerò più diamanti se arrivano da zone di guerra»

Il divo americano dice di aver aperto gli occhi dopo aver girato «Blood Diamond», per cui è appena stato candidato all’Oscar

da Roma

E adesso che esce Blood Diamond (da oggi nelle sale, con il divieto ai minori di 14 anni per alcune scene di violenza), magistrale thriller politico che tiene sotto schiaffo la lobby delle gemme, a San Valentino niente brilli, senza il giusto certificato di provenienza. Dopo aver visto, infatti, questo kolossal di Edward Zwick, regista, produttore e sceneggiatore, molto impegnato sul piano civile, non si potrà ignorare di quanta ingiustizia grondi una baguette. Stavolta Leonardo DiCaprio, qui protagonista nel ruolo dello spietato trafficante, che, in cambio di diamanti, vende armi ai ribelli dello Zimbabwe e della Sierra Leone, mette la sua indiscussa bravura (è candidato all’Oscar) al servizio d’una causa umanitaria. E, insieme alla bella Jennifer Connelly, con gli stessi occhi di fiordaliso di quando, bambina, ballava in C’era una volta in America e al fianco dell’atletico Djimon Hounsou, star africana di origine, ma parigina d’adozione (fu scoperto, l’attore hollywoodiano va all’inferno dei bambini-soldato, della violazioni d’ogni diritto, del commercio sporco. E ritorna star compassionevole, uomo maturo che non ha più soltanto una faccia da stampare sulle magliette, come ai tempi di Titanic, ma anche un cuore per adottare, a distanza, bambini africani. E un cervello, per districarsi tra i meandri delle associazioni umanitarie internazionali.
«Interpretare Danny Archer, opportunista che si dissocia dai problemi dell’Africa, è stata una sfida. Ma ora ho una visione più chiara di cosa rappresentino i diamanti. Se, in futuro, dovessi acquistarne ancora, mi accerterei prima che non provengano da zone di conflitto», spiega Leo, che nello spettacolare film della Warner Bros sfoggia modi da duro, ha un bufalo tatuato sul braccio e tracanna vino di palma. Nei pantaloni cargo del rotto a tutto, pur d’impadronirsi del raro diamante rosa trovato dal pescatore Solomon (Djimon Hounsou, anche lui candidato all’Oscar), che invece insegue un’altra gemma, cioè la riunione della sua famiglia, dispersa dai ribelli, l’interprete caro a Scorsese mostra le sfaccettature del proprio talento. E se per tagliare il diamante ci vuole un diamante, ecco DiCaprio strafottente, quando cerca il comandante Zero nella giungla; commovente, quando si rivela all’ambiziosa giornalista (Jennifer Connelly), e convincente, mentre passa da carogna a benefattore.
Non a caso i cercatori di preziosi dell’Africa orientale, sfruttati e deportati nelle zone di guerra, nel settembre scorso fecero pubblicare un appello su Variety (pagato da Survival International), affinché il divo, a questo punto dalla personalità adamantina, contribuisse alla causa. Per la cronaca, a dicembre la Suprema Corte del Botswana ha stabilito che la deportazione degli uomini del bush, ovvero del Kalahari, dov’è diffusa questa formazione vegetale, è «illegale e anticostituzionale». Inoltre, come evidenzia il film, il processo Kimberley, dal nome della località sudafricana in cui la legge stabilì che nei certificati d’origine delle gemme se ne dichiari la non provenienza da zone di guerra, è ormai procedura acclarata.
Tuttavia, la compagnia dell’anello, capitanata dal gruppo sudafricano De Beers, invece di rimanere all’angolo, rilancia con la campagna «Raise your Ring Hand for Africa». L’industria dei diamanti (cioè il World Diamond Council) ha fatto sapere che donerà diecimila dollari, in beneficenza per l’Africa, per ogni star pronta a sfilare, ai prossimi eventi, incluso l’Academy Award, con un bel brillocco al dito: «Alza la tua mano inanellata per l’Africa». Indignato, il regista Zwick parla di «carità disgustosa». «Col film, abbiamo portato in Mozambico tra i trenta e i quaranta milioni di dollari in contanti: un’iniezione in vena, seppure una goccia, rispetto all’oceano delle esigenze. Abbiamo anche costruito una scuola e risistemato le strade», informa il cineasta, che non esclude di tornare nel Continente Nero, con un’altra storia, a cavallo tra action drama e denuncia civile. «Africa ed Europa sono più vicine di quanto si pensi, i loro destini sono collegati», conclude. Un po’ defilata, nell’abito vintage a palloncino anni Cinquanta, la Connelly si limita a sottolineare l’idealismo e l’ottimismo del suo personaggio di cronista di guerra, scampata a una brutta fine.