Non confondiamo la «pietas» con la curiosità morbosa

Caro dottor Granzotto, i quotidiani locali riportano con grande evidenza una notizia che mi ha trasmesso profonda tristezza. Mi riferisco al povero portiere che, nel corso delle pulizie, è precipitato dal terrazzo di un palazzo di via Nomentana, finendo al suolo e trovandovi la morte. Il fatto, già di per sé così doloroso, lo è diventato di più per l’assoluta indifferenza dei passanti nei confronti della vittima. Ciò che mi ha sconvolto è stato l’atteggiamento delle persone e che ha raccontato un commerciante presente al fatto. Molte non si sono nemmeno fermate e qualcuno ha scavalcato il corpo senza neanche guardare. Una scena terribile, l’ha giudicata il commerciante. Io credo che la stampa ha fatto molto bene a denunciare la mancanza di «pietas» di quei cittadini che transitavano per via Nomentana. Stiamo diventando sempre più aridi, egoisti e indifferenti; non più animati dal sentimento della solidarietà umana, viviamo un’esistenza che punta solo al piacere e ai beni materiali, priva di spiritualità. Mi chiedo dove si andrà a finire, dottor Granzotto, quando il valore della compassione viene sostituito con quello della cinica indifferenza. Si continua a parlare di principi, ma mai di quello supremo: la misericordia, che è compassione e pietà.


Vorrà scusarmi, gentile lettrice, per l’intervento sulla sua lettera, che ho dovuto compendiare, pur cercando di non snaturarne il senso. Che non contesto riconoscendo con lei - e come potrei non farlo? - la progressiva perdita di quei sentimenti che, insieme, definiscono quella che chiamiamo «umanità». O forse non di perdita si tratta, ma di metamorfosi: assistiamo, infatti, alla corsa sfrenata all’«impegno nel sociale», alla difesa delle minoranze d’ogni genere e classe, alla martellante predicazione della fratellanza universale. Ovunque ti giri, è tutto un «dialogo», tutto un «confronto». Credo che si possa parlare di collettivizzazione (o anche di globalizzazione) dell’umanità, con un suo preciso disciplinare ispirato alla political correctness.
Per tornare alla sua appassionata denuncia le confesso, gentile lettrice, che se c’è una cosa che mi lascia perplesso è proprio l’insistenza sulla «disumanità» di quanti alla vista del cadavere del povero portinaio hanno tirato via. In un caso del genere come ci si dovrebbe comportare, come si manifesterebbe il sentimento umanitario? Fermandosi? Restando lì in cerchia (magari in attesa del tutore dell’ordine e del suo classico: «Circolare, circolare...»?. Me lo chiedo - e glielo chiedo - perché l’attardarsi sul luogo di un incidente, soprattutto se mortale, è comunemente giudicata non una condotta misericordiosa, quanto una forma di curiosità morbosa. La verità, gentile lettrice, è che io ritengo ci sia della facile demagogia buonista nell’accusare di insensibilità chi si trovava a passare sul luogo dell’incidente. A meno di non ritenere che anche la «pietas», come altri sentimenti una volta intimi, non debba essere esibita platealmente in ottemperanza alla legge dello spettacolo, dello show.