"Non consegno l’Italia ai pm come nel ’92"

Berlusconi teme la speculazione e l’effetto domino che potrebbe essere innescato dal voto sul caso Papa. E sui mercati: "Il sistema euro è sotto attacco. L'aggressione potrebbe tornare"

Roma - «No, questa volta non consegneremo il Paese alle Procure come è già accaduto nel 1992». Capannelli, conciliaboli, strette di mano e solita fila di ministri e deputati - compresi gli immancabili questuanti - davanti alla sala del governo di Montecitorio. Silvio Berlusconi è alla Camera per il dibattito sulla manovra correttiva, ma degli interventi segue poco o nulla, limitandosi al voto di fiducia e al voto finale sull’intero provvedimento. Le sue considerazioni le affida ai parlamentari che incrocia in aula o a quelli che riceve nel suo studio. E poco o nulla hanno a che fare con il decreto di correzione dei conti in discussione alla Camera. Di quello parlerà a sera, consegnandosi dopo una settimana di quasi assoluto silenzio ai giornalisti che lo attendono in Transatlantico. «Ho lavorato con grandissima intensità per l’unica cosa essenziale, varare la manovra», spiega il premier pur ammettendo che «le incognite della crisi internazionale restano».
Restano, soprattutto, le incognite di una prossima settimana che si annuncia di fuoco, tanto che seppure rigorosamente a taccuini chiusi sono molti i ministri che non nascondo il timore che si possa davvero arrivare allo show down. E al di là delle dichiarazioni pubbliche ne è ben consapevole anche Berlusconi, preoccupato dall’insolito abbinamento tra il rischio di un’aggressione ai mercati italiani da parte della speculazione internazionale e quello che non esita a definire «l’assedio delle procure». L’uno-due potrebbe essere devastante.
Lunedì, infatti, gli occhi saranno tutti puntati su Piazza Affari per capire quale sarà il giudizio dei mercati sulla manovra approvata ieri. E il rischio che possa esserci qualche tonfo è concreto se un esperto della materia come l’ex ministro Lucio Stanca - oggi deputato del Pdl - non esita a dire che è in atto «un attacco strutturale all’euro» e la speculazione è dunque destinata a «tornare alla carica» a prescindere dai numeri di questa manovra. Un’analisi simile a quella del Pd Enrico Letta, convinto che «la crisi finanziaria si farà sentire ancora».
La prossima settimana, insomma, rischia di aprirsi con il governo già sull’ottovolante fin da lunedì. Perché è chiaro che se i mercati risponderanno in maniera negativa ritorneranno alla carica i fautori del governo di unità nazionale tra cui Berlusconi vede non solo il Quirinale ma anche Giulio Tremonti. Non è un caso che i due, seduti uno a fianco a l’altro nei banchi del governo, non solo non si siano rivolti una parola, ma nemmeno uno sguardo. Il rapporto, infatti, è ormai irrimediabilmente logorato, più o meno come accadde un anno fa tra il premier e Gianfranco Fini. Ed è anche per questo che il Cavaliere teme che il ministro dell’Economia possa decidere di dimettersi nei prossimi giorni: per uscire dai riflettori dell’inchiesta di Napoli sul suo braccio destro (o «maldestro», come chiosa più d’un deputato) Marco Milanese, ma anche per dare il là al temuto esecutivo di transizione.
Quel che preoccupa di più il premier, però, è l’affondo giudiziario in corso. Mercoledì la Camera si pronuncerà a scrutino segreto sulla richiesta di arresto per Alfonso Papa, il deputato Pdl (ieri si è autosospeso) coinvolto nell’inchiesta P4. Un voto che si annuncia a rischio, soprattutto vista la posizione della Lega (favorevole all’arresto). Anche se, proprio dopo un lungo faccia a faccia con Umberto Bossi, Berlusconi ha detto a un ministro che «la cosa non passerà». Non fosse così, è la convinzione del Cavaliere, si avrebbe un «effetto domino» destinato a travolgere il governo. Su cui pende anche la mozione di sfiducia individuale al ministro Saverio Romano per il quale la procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. E che un assedio sia in corso lo confermano i rumors che parlano di un’altra richiesta di autorizzazione a procedere in arrivo alla Camera per il deputato Pdl Eugenio Minasso.
Senza contare che a settembre Montecitorio dovrà pronunciarsi su Milanese, un voto spostato a dopo l’estate perché - confida un esponente di peso di via dell’Umiltà - è davvero «molto difficile» che «riesca a cavarsela». Insomma, per usare le parole del vicepresidente dei deputati Pdl Massimo Corsaro, «se mercoledì passa il sì all’arresto di Papa il sistema rischia di deflagrare». Ecco perché nei prossimi giorni Berlusconi chiamerà uno a uno gli incerti. Ed ecco perché in molti sono convinti che alla fine, grazie al voto segreto, la Lega sarà più morbida del previsto. Anche se la scelta è tra il «sì» o il «no» all’arresto visto che, paradossi dei regolamenti parlamentari, con il voto segreto le astensioni sono comunque tracciabili.