Non decolla la Costituzione irachena: ancora un rinvio

A sud della capitale 36 uomini uccisi con un colpo alla nuca. A Najaf scontri tra sciiti. Incidenti anche a Bassora e Nassirya

Fausto Biloslavo

Il Parlamento iracheno ha rinviato a oggi la riunione prevista ieri per l’approvazione della nuova Costituzione, ma il governo punta a forzare la mano considerando la bozza già un testo definitivo. Nel frattempo sono scoppiati violenti scontri tra fazioni sciite, in diverse parti del Paese, compresa Nassirya, il capoluogo della provincia di Dhi Qar, dov’è dispiegato il contingente italiano. Non solo: attacchi terroristici e stragi continuano a insanguinare l’Irak, a cominciare dell’esecuzione con un colpo alla nuca di 36 uomini, fra i 25 ed i 35 anni, ritrovati seminudi e con le manette ai polsi sul corso di un torrente a sud di Bagdad.
Il nodo principale della Costituzione è il federalismo, strappato dai curdi, che ieri nel loro Parlamento regionale hanno detto sì alla nuova Carta fondamentale. In cambio gli sciiti avevano ottenuto un forte riferimento alla legge islamica. I sunniti protestano perché temono che il federalismo comporti una spartizione delle risorse petrolifere, nel nord curdo e nel sud sciita, che li lascerebbe a bocca asciutta. Solo il ministro degli Esteri, il curdo Hoshyar Zebari, in visita a Roma, dove ieri ha incontrato il Papa, è ottimista: «Ho telefonato a Bagdad. Il testo potrebbe venir approvato entro la fine della giornata (ieri per chi legge, nda) anche con l’adesione dei rappresentanti sunniti».
Invece Hussein al Falluji, uno dei deputati sunniti della commissione incaricata di stendere la bozza, ha precisato che «se questa Costituzione continuerà a prevedere il federalismo, allora dovrà essere gettata nel cestino e rifatta da capo».
Gli sciiti, che controllano il governo, non hanno alcuna intenzione di far marcia indietro. Ieri pomeriggio il portavoce dell’esecutivo, Laith Kubba, cercava di accreditare la tesi che il testo, essendo già stato presentato al Parlamento, non avesse bisogno di un voto di convalida. Una forzatura stemperata dal presidente iracheno, il curdo Jalal Talabani, che promette di «raggiungere il consenso sulla costituzione come primo passo nel nome della riconciliazione nazionale». Non solo: Talabani ha annunciato di voler liberare 700 guerriglieri sunniti il 15 ottobre, quando si dovrebbe svolgere il referendum popolare sulla costituzione.
Nella notte fra mercoledì e giovedì, fino alle prime ore del mattino, sono scoppiati violenti scontri fra le fazioni sciite di Moqtada Al Sadr, il piccolo Khomeini iracheno e le milizie dello Sciri, partito di governo, guidato da Abdul Aziz al Hakim. A Najaf, la città santa sciita, il quartier generale di Sadr, è stato preso d’assalto e dato alle fiamme scatenando una reazione a catena. I miliziani dell’Esercito di Al Mahdi, fedeli a Sadr, hanno attaccato i rivali delle Brigate Badr di Hakim. A Bassora sono stati utilizzati anche i mortai, ma in tutte le grandi città del sud si segnalavano violenze. Gli scontri hanno provocato almeno 8 morti.
A Nassirya i miliziani di Sadr hanno occupato la sede del governatore e colpito la base della Brigata Badr sul lungo fiume. I soldati italiani, in stato d’allerta, sarebbero rimasti nel campo base a una ventina di chilometri della città senza intervenire nelle faide sciite. Ieri pomeriggio lo stesso Moqtada Al Sadr, che pure ha criticato la nuova costituzione, lanciava un appello alla calma invitando i suoi sostenitori a manifestare pacificamente, dopo la preghiera di oggi.
In questo difficile contesto l’opposizione giapponese ha annunciato di voler ritirare i soldati del Sol Levante dall’Irak, se vincesse le prossime elezioni.