Non diamo credito ai moralisti

Ci sono momenti nella storia del Paese in cui bisogna essere testimoni di verità, costi quel che costi. E quasi sempre capita che in quei momenti si è chiamati a difendere con forza il diritto di chi amico non è o è addirittura un avversario politico. È il caso della vicenda Bnl-Unipol sulla quale si è scatenato in questi giorni un uragano di moralismo immorale che nasconde solo piccoli interessi di bottega. Noi non siamo adusi ad offendere chicchessia, né lo faremo oggi, ma è nostra abitudine, come sanno i lettori, di dire i fatti per come stanno, ben sapendo che spesso è la verità a diventare la maggiore offesa per alcuni. Ma veniamo al dunque. Un imprenditore marchigiano di grande successo, Diego Della Valle, inventore del marchio di scarpe Tod’s che molti di noi usano, ha comperato alcuni anni fa il 5 per cento della Banca nazionale del lavoro e da anni sostiene alla presidenza di quella banca Luigi Abete, di cui è grande amico. Abete è una brava persona, con un carattere estroverso e simpatico che nella sua vita di imprenditore tipografico non è stato molto fortunato. Non è Donato Menichella né Enrico Cuccia, ma neanche Alessandro Profumo, Matteo Arpe o Corrado Passera. È una brava persona che, avendo fatto il presidente della Confindustria quando Cesare Romiti molti anni fa fu costretto da Gianni Agnelli a rifiutare quella nomina, orecchia di economia e di banche. Nell’insieme, dunque, un uomo di buone relazioni che può fare il presidente di una banca se affiancato da un vero banchiere. Il sostegno di Diego Della Valle alla sua presidenza è più che legittimo, perché testimonia il valore dell’amicizia. Detto questo, però, ogni cosa ha il suo limite e la sua misura. È mai possibile che per consentire ad Abete di mantenere la presidenza della banca da molti mesi a questa parte si sta operando perché la Bnl venga ceduta al Banco di Bilbao il cui presidente è nominato dal governo spagnolo? Come tutti sanno, gli spagnoli sono stati spinti a fare un’Opa, puntualmente fallita, perché Franco Caltagirone e un gruppo di immobiliaristi romani erano contrari alla presidenza Abete. Dinanzi a questo stato di cose, gli immobiliaristi, sapendo che la Banca d’Italia mai avrebbe concesso loro l’autorizzazione del controllo di un istituto di credito con la storia e del valore della Bnl, hanno ceduto, facendo una buona plusvalenza, le proprie azioni all’Unipol, già azionista della stessa banca. L’Unipol è il braccio assicurativo e finanziario del mondo delle cooperative rosse che, come tutti sanno, sono lontane mille miglia da questo giornale e da chi scrive, così come lo è Franco Caltagirone e gli altri immobiliaristi romani, molti dei quali del tutto sconosciuti. L’Unipol ha un piano industriale di «bancassurance» e, nel riassetto del capitalismo assicurativo e finanziario italiano, ritiene giustamente che il controllo della Bnl le possa consentire di essere competitiva in un mercato come il nostro che vede nell’intreccio di Mediobanca un polo finanziario assicurativo che mette insieme Fonsai, Generali, BancaIntesa e Capitalia. Un interesse legittimo, dunque, e certamente più funzionale al mercato italiano del progetto spagnolo che ha come obiettivi la colonizzazione e far fare un altro giro da presidente a Luigi Abete.
Questi, dunque, sono i fatti. È possibile che su questi fatti uomini come Fausto Bertinotti e Achille Occhetto, o quotidiani del peso di Repubblica o del Corriere della Sera impiantino una polemica nientepopopodimeno che sul terreno della moralità pubblica, tessendo le lodi di chi intercetta telefonate tra persone che fanno solo il proprio mestiere? A loro giudizio, da quel che ci è dato di capire, sarebbe morale la vendita di una banca italiana agli spagnoli solo per far contenti Abete e Della Valle (il secondo è anche azionista del gruppo del Corriere della Sera) e sarebbe, invece, immorale il controllo della stessa banca da parte di un capitalismo di tipo cooperativo che ha alle sue spalle una storia di decenni. Qualcuno può trovare strano che un democristiano a centottanta gradi come chi scrive e un giornale vicino al centrodestra possano difendere il diritto delle cooperative rosse e del loro braccio finanziario Unipol di lanciare un’Opa sulla Bnl. Se, però, quel qualcuno ci riflette non lo troverà poi tanto strano, dal momento che questo giornale e chi scrive sono fermi a quel vincolo dell’antico credo liberale «non condivido nulla di quel che dici, ma sono pronto a dare la vita perché tu possa continuare a dirlo». Il diritto non ha un colore politico e va difeso in particolare quando tutela chi amico non è, perché esso è la base per uno stato moderno e liberale che contempli una democrazia fatta di limiti ai singoli poteri e guidata da una politica degna di questo nome. Saremmo tentati anche noi di giudicare profondamente immorale la posizione di chi vuole vendere una banca italiana per far fare ancora per tre anni il presidente a Luigi Abete. Ma non cadiamo in questa tentazione, anche perché può darsi che Abete sia un Cuccia in erba e noi non ce ne siamo accorti. Quel che è immorale, invece, è che uomini pubblici e grandi quotidiani parlino di moralità per difendere interessi che non hanno neanche il coraggio di dichiarare. Se questo dovesse essere il clima dei prossimi mesi, avrebbe ragione, allora, Standard & Poor’s nel declassare il rating dell’Italia. Le ragioni di quel declassamento, però, non sarebbero in una economia che perde competitività e che non cresce, ma in qualcosa di enormemente più grave, qual è una politica impazzita in un Paese dilaniato da lotte fra gruppi di potere.