"Non Dico". E Prodi glissa sulle unioni civili

Il presidente del Consiglio fa l’equilibrista nel discorso in aula. Evita
temi cruciali per non irritare nessuno e convincere i senatori a vita.
Intanto la Finocchiaro accusa la Chiesa: "Troppo intransigente"

Roma - Non Dico. Ma è come se l’avessi detto. Il discorso di Romano Prodi al Senato gioca sulla sottrazione e la negazione. Chiede la fiducia alla propria maggioranza in Parlamento ma è lui il primo a mostrare di non credere molto nella tenuta dell’alleanza. Così quello che avrebbe dovuto essere il ruggito di un leone si trasforma in un farfuglio. Prodi sa di camminare su un campo minato. Attento a non pestare la mina dell’Afghanistan che poi Franco Turigliatto non lo vota. Occhio a non sfiorare le pensioni che poi cala la mannaia di Rifondazione. Quindi almeno la bomba innescata dei Dico, il disegno di legge sulle convivenze del governo, Prodi la vuole proprio evitare. Il Professore gioca sul fatto che il ddl firmato dalle ministre Barbara Pollastrini e Rosy Bindi è stato già licenziato dal Consiglio dei ministri e dunque, dice, non è più questione che riguarda il governo ma il Parlamento. È un fatto però che il governo quel ddl l’ha varato «a dispetto dei santi» ovvero dell’ala cattolica della Margherita, i teodem, e dell’Udeur di Clemente Mastella, che di patti di convivenza non vogliono proprio sentire parlare. E il senatore a vita, Giulio Andreotti, ha chiarito: il voto contrario assegnato a Prodi otto giorni fa è conseguenza dell’insistenza del governo sui Dico. Però il premier sa pure che l’esclusione dei Dico dal dodecalogo sottoscritto dopo la crisi di governo ha irritato la Rosa nel pugno e anche una bella fetta di sinistra.
Alla fine Prodi si è incartato in un dilemma morettiano: mi si nota di più se vado al Senato e non ne parlo, facendo capire però che è come se ne parlassi? Così mentre il divo Giulio attentissimo prende appunti, Prodi propina all’aula questa perla: «Vi chiedo pertanto di non giudicare il mio discorso per quello che esso non contiene». Ovvero i Dico. Un paradosso con il quale Prodi cerca di salvare la faccia accontentando chi i Dico non li vuole e dunque non ne vuole sentir parlare. Ma allo stesso tempo cercando di lusingare chi i Dico li vuole, con il pretesto che non sono più materia del governo ma del Parlamento.
Un trucco da illusionista che non disinnesca la bomba Dico. Basta sentire cosa dicono i senatori a discorso appena concluso.
La capogruppo dell’Ulivo al Senato, Anna Finocchiaro, difende il fortino assediato. «Il riconoscimento delle coppie di fatto non è più nella signoria del governo ma del Parlamento - dice la senatrice ds -. Non si tratta di una questione etica ma che riguarda i diritti civili dunque auspichiamo che le camere l’affrontino presto e in modo approfondito». La Finocchiaro poi attacca pure l’atteggiamento intransigente della Chiesa sui Dico perché «rischia di far maturare un’altrettanto intransigente distanza rispetto alla vita di moltissime persone». Il capogruppo di Rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, ribadisce che «i Dico non sono archiviati» insieme con il ministro dell’Ambiente, il verde Alfonso Pecoraro Scanio: «Si deve fare uno sforzo per approvarli».
Ma dall’altra parte i teodem plaudono all’esclusione dei Dico dal discorso di Prodi, un risultato che considerano frutto della loro personale battaglia. I teodem poi sottolineano come il governatore della Puglia, Nichi Vendola di Rifondazione, riconosca che sarebbe stato meglio scegliere il canale parlamentare invece di proporre un ddl governativo. Infine il senatore Stefano Cusumano, Udeur, ribadisce che i Dico «non sono vincolanti per la maggioranza di governo: non sono nel dodecalogo e non sono stati neppure nominati nel discorso per la fiducia».