Non disturbate la Destra. Sta pensando

Riparte il tormentone sulla cultura "berlusconiana" che non esiste. In realtà c'è e lavora su tempi più lunghi. A proposito, e la Sinistra?

Puntuale come la rata delle spese condominiali ecco riesplodere (si fa per dire) la polemica sulla cultura di destra: esiste, non esiste, come è fatta, chi sono gli ortodossi, chi gli eretici e via almanaccando.
Ieri almanaccava il Corriere della Sera. Titolo: «La strana eclissi della destra. Vince ma non ha più identità». Sommario: «Maggioritaria in politica, debole in campo culturale». Tesi: dopo l’avvento di Berlusconi (1994) il centrodestra non ha saputo creare una mobilitazione degli intelletti affini e non si è dotato di una «dimensione progettuale». Ha un potere politico enorme e una strategia culturale nulla. Svolgimento: il giornalista Ranieri Polese offre una microfonata ad Achille Bonito Oliva, Pierluigi Battista, Alessandro Giuli, Lucianno Lanna e Massimo Fini i quali si prodigano per trovare qualcosa di originale da dire su un tema frusto. Vince l’ultimo citato che sostiene di non riscontrare sostanziali differenze: secondo lui, destra e sinistra sono sfumature impercettibili, due facce della stessa medaglia industrialista e disumanizzante. «La realtà – dice Fini – è che le categorie destra e sinistra sono venute meno. Nate all’epoca della Rivoluzione industriale e dell’Illuminismo, dopo due secoli oggi non sono più in grado di interpretare le esigenze della gente. E il risultato è che viviamo in una sorta di pensiero unico».

L’inesistenza della cultura di destra è un luogo comune assimilabile alla scomparsa delle mezze stagioni. Non a caso viene ripetuto ogni tre-quattro mesi e riproposto più o meno con gli stessi titoli. In realtà esiste una cultura di governo, chiara e condivisa nei propositi liberali, anche se talvolta annacquata dal giochino delle mediazioni e dalla resistenza della macchina statale. È fatta di lotta alla burocrazia, di tassazione più equa, di minore spesa pubblica, di maggior spazio ai privati e così via. Esiste poi una cultura, per così dire, delle grandi idee e delle strategie che ispirano direttamente o meno l’azione politica. Ci sono molte personalità e molte realtà interessanti, a patto naturalmente di volerle conoscere. Sono tutte familiari ai lettori del Giornale. Quindi tralasciamo di evocare le numerose e diverse, talvolta diversissime, anime del mondo conservatore, liberale, libertario e cattolico che senza forzature si possono ascrivere alla destra. Sarebbe inutile ricordare per l’ennesima volta le fondazioni e i think tank più intraprendenti, i siti e i blog più cliccati, gli scrittori e i libri più influenti, gli editori più coraggiosi.

Tralasciamo anche di rovesciare la frittata: sarebbe troppo facile chiedere quale cultura abbia prodotto il centrosinistra negli ultimi quindici anni. Micromega? I filosofi da girotondo? I film di Muccino? Gli scrittori da Premio Strega? I saggi filosofici di Eugenio Scalfari? Le lamentationes di Asor Rosa e degli altri infiniti laudatori del passato? Non conviene indagare troppo, potremmo scoprire che le cose migliori erano i romanzi di Walter Veltroni, poi tocca rivalutarli. Proprio sul Corriere di pochi giorni fa, Ernesto Galli della Loggia suonava la campana a morto per una bella fetta di sinistra, quella che non riesce proprio a riconoscere con onestà i propri errori e quindi si condanna a restare quarant’anni indietro rispetto al resto della società.

Tralasciamo tutto questo e facciamo un paio di osservazioni. A leggere la pagina del Corriere, si direbbe che l’intellettuale debba essere più o meno la cinghia di trasmissione fra masse e partito. Un partito va al potere, raduna una milizia di teste pensanti fedeli alla linea, e inizia a «progettare» cioè a occupare tutto l’occupabile. E se proprio la cinghia è fuori moda, che l’intellettuale almeno sia il consigliere del Principe. Del resto «perfino Bush, che certo non ha fama di grande lettore - dice Battista - ascoltava attentamente i consigli degli intellettuali neocon».

La cultura si valuta sul lungo periodo. Molto a destra è stato fatto, e molto è in cantiere. Gli sconfinamenti apparenti sono benvenuti. Il fatto, deprecato da alcuni, che Berlusconi pensi a Tony Blair per la sua Fondazione di Arcore non dovrebbe scandalizzare, anzi semmai testimonia la capacità di confrontarsi e attrarre mondi diversi ma non incomunicabili. Un segno di vitalità e di forza, non di resa.