Ma non dite a Fassino

Passi quel francameeente quasi ostentato con snobismo sabaudo, ma l’uso ossessivo dell’aggettivo caricaturale, ultimo tic lessicale di un Piero Fassino sempre più nervoso, non può essere archiviato con un’alzata di spalla. Un piccolo caso di psicologia politica che, come dimostrano i popolari tormentoni linguistici di altri leader, è sempre sintomo di eredità culturale del passato (il caso del segretario Ds) o della calcolata ripetizione di uno slogan per fare breccia nel circuito mediatico. Il disciamo di Massimo D’Alema, l’intercalare romanesco che scatenò anche il dileggio di Striscia la notizia, era l’ultima zavorra di un comunista post sessantottino in carriera. Non per nulla l’espressione è finita in soffitta da tempo insieme con le scialbe giacche nocciola e le maglie girocollo da funzionario dell’allora «deputato di Gallipoli», residuo di un’epoca segnata dalla fumose assemblee da psicodramma di sinistra raccontate da Nanni Moretti. Magari intense sotto il profilo emotivo, però certamente riduttive per l’unico dirigente dell’ex Pci sbarcato a Palazzo Chigi.
Il mi consenta di Silvio Berlusconi, ormai rimasto solo nel polveroso repertorio della satira militante anti Cavaliere, non era che un modo di sottolineare anche verbalmente la discesa in campo di un «alieno» deciso a rivoltare l’odiato «teatrino della politica». Più recente il digiamolo che ha reso popolare al grande pubblico Ignazio La Russa, imitato da Fiorello in prima serata su Rai Uno per quella parlata così inconfondibile, prestata addirittura come doppiatore a Garth, l’odioso caramellaio nei cartoni animati dei Simpson. Una consacrazione mondana per il colonnello di An, ex dirigente missino che, dissipata la cappa di piombo che l’aveva visto in trincea nella politica tutta coraggio e muscoli degli anni ’70, si è finalmente rilassato nei salotti milanesi e in fortunate partecipazioni televisive.
Soltanto pochi giorni fa Fassino ha inanellato l’ennesimo «caricaturale» per intervenire sulle candidature dell’Unione a Genova, attaccare quei giornali che tenterebbero di «delegittimare la Quercia» e replicare a chi paventa «crisi» per il partito. E così l’esasperazione di un segretario sotto pressione su più fronti sfocia immancabilmente in quell’aggettivo tratto dal decrepito sinistrese degli anni ’70. Magari è la riproposizione automatica di un collaudato meccanismo dialettico da sfoggiare nei momenti di difficoltà, o forse l’inconscia presa d’atto della percezione macchiettistica che lo stesso segretario suscita nel mondo della satira. C’è il Fassino scheletrico di Forattini con occhialini a mezzaluna sulla testa e fazzolettone da partigiano al collo. Quello del comico Neri Marcorè issato sui trampoli per riprodurre la filiforme figura del politico torinese, una pertica alta un metro e 92 centimetri per poco più di 65 kg di peso. Persino il ministro Cesare Damiano, fedelissimo del capo e ingegnoso vignettista amatoriale, durante le riunioni raffigura il suo segretario aguzzo come un lapis.
Questo e altro saranno all’origine dell’avversione del leader della Quercia per tutto ciò che considera grottesco. E l’elenco delle allergie è veramente lungo nelle ultime settimane: i dubbi diffusi sulla politica estera del governo («al di là delle caricature i fatti testimoniano che la crisi libanese è stata l’occasione per proporre al mondo una Italia nuova»); la crisi generale del Mezzogiorno («una rappresentazione caricaturale»); le critiche della minoranza diessina («descrizioni caricaturali)»; chi osa dichiarare che il partito è in difficoltà («rappresentazione caricaturale»); chi ha l’ardire di dividere l’Unione tra riformisti e radicali («rappresentazione caricaturale sbagliata»). Ce n’è anche per i notisti politici che discettano di Fase 1 e Fase 2 del governo Prodi («caricatura giornalistica»), e per i fratelli-coltelli del Correntone del ministro Mussi, invitati «a non cedere a una rappresentazione caricaturale della dialettica interna». Non mancano anche ispirati avvertimenti a quei militanti che senza saperlo fanno «una caricatura» del costruendo Partito democratico distinguendo una Margherita «liberal e innovativa» dai Ds «più tradizionalisti sul fronte sociale». Saranno gli stessi «compagni e compagne» che Fassino lo scorso settembre ha ammonito ad «evitare le caricature tra liquidatori e conservatori». L’importante, ricordava il segretario a luglio, è «non ragionare con caricature». E dunque respingere come «sbagliato e caricaturale» anche l’intervento di Berlusconi che definiva i Ds come «restauratori». Nel vorticoso valzer della politica il Cavaliere si è ritrovato in compagnia della Rosa nel Pugno, spinoso alleato della Quercia, rimbrottata dal segretario per aver azzardato «una caricatura politica» del Botteghino.
Nel mondo di Fassino tutto ormai è una caricatura. Ma se qualcuno tentasse di giustificare le sue uscite fotocopia con il carattere stizzoso, riuscirebbe solo ad ottenere l’effetto contrario. E farsi ripetere in faccia quanto il leader diessino ha affermato a Radio anche noi: «Guardi, io sono sereno. Si è costruita l’immagine di un mio presunto nervosismo che è in buona parte caricaturale».
gabriele.barberis@ilgiornale.it