«Non doveva uscire di galera Bisogna rivedere la legge»

Castelli: «Malinteso garantismo». Casini: «Si faccia piena luce». E Gasparri attacca i magistrati: «Chi ha sbagliato, paghi»

da Ferrara

Cordoglio dal presidente della Repubblica e dalle principali autorità istituzionali ma anche indignazione e rabbia dal mondo politico che mette sotto accusa le misure premiali concesse a detenuti autori di reati gravissimi. Antonio Dorio, per esempio, avrebbe dovuto stare in carcere ancora per 10 anni e invece era già in libertà da mesi per aver ottenuto un permesso premio. Com’è stato possibile tutto questo? Il presidente della Camera dei deputati, Pier Ferdinando Casini, innanzitutto chiede «piena luce sulle circostanze che hanno portato in libertà un detenuto la cui pena per gravi delitti sarebbe dovuta scadere nel 2016». Ma non è il solo. Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli riflette sulle regole e pensa a un cambiamento. «L' uccisione del carabiniere a Ferrara è una cosa molto triste, in primo luogo per questo fedele servitore dello Stato e poi perché è l'ennesimo caso di una persona che non avrebbe dovuto essere in libertà e invece lo era. Occorre verificare se non è il caso di cambiare qualche cosa. È nostro dovere fare di tutto affinché non vi siano più innocenti che paghino con la loro vita un malinteso garantismo» ha detto Castelli. Anche il capogruppo di An alla Camera, Ignazio La Russa propone una riflessione sulla normativa: «Serve più severità nel concedere la semilibertà ai recidivi. In presenza di elementi particolarmente difficili è necessario privilegiare l'atteggiamento punitivo rispetto a quello del recupero».
Gli fa eco il vicesegretario dell'Udc Erminia Mazzoni che punta il dito sull’efficacia di alcune norme. «Per le misure premiali serve un ripensamento. Lo spirito della cosiddetta ex Cirielli si dimostra un tentativo serio per rivedere taluni meccanismi del nostro sistema penale, che a volte, come nel caso di specie, mostrano gravissimi limiti».
Il ministro per le Riforme, Roberto Calderoli critica il magistrato di sorveglianza che ha concesso la libertà all’omicida. «Di fronte ad alcuni reati particolarmente gravi non si può ricorrere allo strumento delle pene alternative. Qualcuno ha autorizzato questo criminale a godere della semilibertà e ora è arrivato il momento che risponda della sua decisione». Ancora più duro contro i giudici l’esponente di An, Maurizio Gasparri. «L'intera magistratura italiana è chiamata a un pubblico atto di contrizione per la responsabilità morale della morte del giovane carabiniere - dice - È una nuova macchia che offusca la credibilità della magistratura questa drammatica vicenda. Chi ha sbagliato paghi in maniera esemplare e subito».
Dalle accuse alle difese. Giulio Romano, magistrato del Tribunale di sorveglianza di Roma, sostiene le ragioni dello sparuto drappello di colleghi (150 in tutta Italia a fronte di 10mila giudici). «Abbiamo un lavoro enorme perché, in particolare dal 1998, dobbiamo occuparci anche dell'esecuzione della pena di coloro che sono in libertà con un carico di lavoro che, spesso, non ci consente di approfondire direttamente la conoscenza dei detenuti e il lavoro su di loro fatto dagli educatori e dai servizi sociali». Sul fatto che Dorio sia stato a spasso dopo un tentativo di evasione Romano non si sorprende, e spiega: «Il fatto che Antonio Dorio, abbia in passato già tentato di evadere (nel 2001) durante un permesso di lavoro non preclude, «passati alcuni anni dalla fuga fallita (di norma tre anni)», che gli siano nuovamente concessi benefici carcerari».