Non esistono sigarette leggere via la scritta light dai pacchetti

Sentenza Usa: le multinazionali dovranno cambiare tutte le confezioni

Serena Cipolla

da Milano

Zero sconti al vizio. I fumatori sono avvertiti. Se molti, erano certi che le sigarette leggere facessero meno male alla salute, da oggi ogni speranza è crollata: non è vero e per acquietare la coscienza sarà obbligatorio trovare altri alibi. Dal primo gennaio 2007, infatti, l’industria del tabacco dovrà togliere dalle bionde la dicitura «light», «ultra light», «a basso contenuto di catrame» e qualsiasi dicitura «che possa far pensare che un determinato tipo di sigaretta comporti rischi minori per la salute».
E non solo. I produttori dovranno scrivere a chiare lettere sui pacchetti, sulle edizioni domenicali dei più grandi quotidiani, negli spot televisivi della durata di almeno 15 secondi e anche sui propri siti internet, che il fumo fa male. È quanto previsto da una sentenza che entra nella storia giudiziaria degli Stati Uniti.
Philip Morris, Reynolds Tobacco Holdgins e British American Tobaccos, insieme ad altre 6 multinazionali sono state messe ko, anche se parzialmente, dal governo federale americano. Per decenni i colossi del fumo hanno ingannato i consumatori: «Mentito sulla nocività del tabacco, hanno ordito un vero e proprio complotto per negare, minimizzare e distorcere fatti dei quali erano perfettamente al corrente». E soprattutto, lo hanno fatto sapendo che: «Le sigarette provocano malattie, sofferenze e anche morte». È quanto riportano 1.653 pagine scritte dal giudice distrettuale di Washington Gladys Kessler che ha concluso il processo iniziato nel 1999 dal governo federale americano. Il dipartimento di giustizia aveva chiesto che le aziende produttrici di sigarette pagassero sanzioni per 130 milioni di dollari, cifra che il governo aveva invece quantificato in 10 miliardi. La controproposta era caduta come un macigno sulle spalle del procuratore aggiunto Robert McCallum, fedelissimo del presidente George W. Bush, accusato di legami con le compagnie del tabacco. La vicenda fu però smontata e il procuratore scagionato dopo una indagine interna del dipartimento di giustizia. La conclusione dell’inchiesta fu che la richiesta di abbassare la sanzione a 10 miliardi rappresentava una valutazione personale di McCallum. Ma alla luce dei fatti, la diatriba sulla quantificazione per le sanzioni, risulta del tutto ininfluente: i colossi americani del tabacco, infatti, non dovranno sborsare un solo dollaro grazie a un precedente costituito da una sentenza del febbraio 2005 della Corte di appello del Distretto di Columbia, che impedì al governo federale di chiedere una maxi multa di 280 miliardi. E così, nonostante gli obblighi per le aziende di tabacco di rimediare alla pubblicità ingannevole per informare il popolo dei consumatori, gli investitori del settore accendono l’ennesima sigaretta e festeggiano: dopo la sentenza, i titoli Altria, uno dei maggiori produttori del tabacco, hanno registrato un rialzo in Borsa del 3,46% per cento. Inoltre, l’azienda farà ricorso in Appello. Il vice presidente di Altria William Ohlemeyer ha infatti dichiarato: «Philip Morris e Altrian ritengono che la decisione e la sentenza non siano supportate dalla legge». È la seconda vittoria dell’industria del tabacco in poco più di un mese. Il sei luglio scorso anche la Corte Suprema della Florida ha bloccato un risarcimento di 145 miliardi dollari stabilito sei anni prima in un processo di primo grado per 700mila fumatori. L’importo giudicato «chiaramente eccessivo» sarebbe risultato una «illecita paralisi delle industrie querelate». Bocciata anche l’ipotesi di utilizzare la class action, ovvero la possibilità per i querelanti di costituirsi insieme in giudizio perchè «i casi devono essere giudicati uno per uno».