Ma non facciamoci riconoscere

Pretendere di offrirci al mondo come una nazione almeno un poco contrita, almeno un poco macerata, è effettivamente troppo. Ormai siamo un Paese in preda al più allegro effetto wrestling, nel senso che magari tutti quanti sappiamo come la realtà sia ben diversa da come appaia in superficie, eppure preferiamo godercela così com'è, finta, effimera, giocosa, perché il nostro bisogno primario non è certo il bagno di giustizia e di pulizia invocato a parole, ma la bella festa intorno al bel giochino chiamato Mondiale.
Dunque, inutile farsi illusioni: tutti i bei discorsi di una settimana fa - anno zero, voltare pagina, passare il napalm sul nostro calcio fetido - sono definitivamente accantonati. Urge euforia azzurra, nessuno provi a rovinarci le notti magiche e i tuffi nelle fontane. Precisato questo, però, dobbiamo pur renderci conto che comunque il mondo ci sta a guardare. Già ci considerano molto, facile immaginare quanto ci considerino adesso. Il discorso è ovviamente antipatico e fastidioso, suona un po' guastafeste, proprio ora che andiamo ad incominciare: ma va fatto. Chiamalo breve vademecum, chiamalo guida pratica ad un Mondiale molto particolare. Ma diamogli questo titolo: per favore, non facciamoci riconoscere.
Ad esempio: che cosa deve fare un giocatore italiano, sin dal suo esordio nei pulcini, quando entra in area? In tutti quanti noi riecheggia sin dall'infanzia, quasi un richiamo ancestrale, il furibondo ordine dalla panchina: vai in area, buttati giù, qualcosa succederà. Ecco, è molto dura resettare un'intera cultura sportiva, ma è da qui che dobbiamo provare a ripartire: in area andiamoci pure, andiamoci spesso, però non andiamoci come mondine che devono subito ravanare in mezzo alla campagna. Proviamo a stare in piedi, se ci riesce. A busto eretto. In tutti i sensi. Se poi qualcuno deciderà di stenderci, stendiamoci pure: affidandoci però alle serene valutazioni del giudice (dice niente questa parola?).
Proviamoci davvero, a introdurre questo nuovo Italian-style. Proviamo ancora una volta a stupire, ma in modo tutto diverso e imprevedibile. Gli azzurri non si buttano più, gli azzurri non stramazzano come fagiani colpiti al decollo: questo sarebbe bello costringere la «Bild» a scrivere nei suoi perfidi resoconti. E poi tutto il resto. È evidente che stavolta lo sputo di Totti sarebbe una tragedia internazionale, e che a ben poco servirebbero le patetiche difese d'ufficio di stampo capitolino dell'altra volta, tipo «povera stella, l'avevano provocato». Data la situazione, oggi come oggi dobbiamo tentare il salto di qualità: non solo va categoricamente escluso lo sputo agli avversari, ma perché non provare la coraggiosa e rivoluzionaria mossa di non sputare più del tutto? Anche questo un nuovo Italian-style: basta con i primi piani ributtanti di gente che continua a sputare, uno scatto e uno sputo, una parata e uno sputo. Basta, lasciamola agli altri, questa bella moda. Andiamo contro corrente, lanciamone una nuova: Italia, la squadra che non sputa mai. Così come dobbiamo imporre alla «Bild» di scrivere che gli italiani non vanno più con i pettorali addosso all'arbitro, non affrontano più gli avversari fronte contro fronte come montoni in amore, non danno più gomitate carogna spacciandole per falli tecnici. Già che ci siamo, proviamo l'impossibile: obblighiamo il mondo a dire di noi che sappiamo perdere, che non siamo viziati e isterici, che sappiamo stringere la mano a un avversario più forte. Semplicemente: visto che non ci perdoneranno niente, non facciamo niente che ci debbano perdonare.
Certo, un calcio simile è terribilmente difficile, per gente come noi. Per giocatori come i nostri. Ma dopo l'ultimo mese della nostra storia sportiva, non ci restano molte scelte. Dobbiamo provarci. Se non portiamo a casa il Mondiale, almeno riportiamoci a casa una reputazione.