"Non faccio più Furore, ma non so perché"

«Praticamente a niente» mi dice sorridendo Alessandro Greco quando gli chiedo a cosa sta lavorando. «Sì, qualche ospitata, telepromozioni, convention, manifestazioni... Come intrattenitore, sa... Sono stato sotto contratto Rai sino al Duemiladue, in Mediaset, dopo La Talpa, mi hanno fatto un’esclusiva di 15 mesi, ma è passata anche quella... Comunque, oggi non ha senso essere legato per tempi lunghi, la logica della poltrona fissa, insomma, o almeno così la vedo io. Il lavoro è come un’altalena, va e viene: quando arriva lo faccio diligentemente, quando latita me ne sto in campagna, con mia moglie e i miei figli, mi diletto di enogastronomia, mi concedo qualche viaggio. No, non ho mai pensato di cambiare registro: mi sono arrivate proposte di film, di fiction, ma a me questa idea del cantante che fa il comico, del comico che fa il cantante, del conduttore che recita, dell’attore che conduce mi sembra un gran calderone senza qualità... Io fin da ragazzino volevo fare il presentatore, è la mia cifra naturale, il mio modo d’essere artistico. Lo so fare, penso di averlo dimostrato, e senza falsa modestia credo di saperlo fare bene. Quindi aspetto fiducioso. La vita in provincia ha anche questo di buono, ti dà concretezza, ti fa stare con i piedi per terra».

Alessandro Greco è un ragazzone di 35 anni. Arrivò di colpo al successo dieci anni fa, con un programma che si chiamava Furore e che lo impose come il più giovane conduttore televisivo dell’epoca. L’anno dopo gli diedero un Telegatto, in quattro anni ci furono cinque edizioni, poi, più o meno altrettanto di colpo si spensero le luci. Dietrologo come tutti gli italiani, ho sempre pensato che sotto quell’ascesa e caduta ci dovesse essere qualche bruciante segreto, che so, un alto dirigente Rai preso a schiaffi, una questione di letto, il diktat artistico di qualche Grande vecchio, una nomea sinistra... Ma adesso che me ne sto a parlare con lui, al bar di un grande albergo romano, mi accorgo che, anche in questo caso, è semplicemente la «banalità del male» quella che si impone, un misto di noncuranza e cinismo, di avidità e di pressappochismo, di effimero nel senso vero del termine, di ottusità nel senso del mezzo televisivo. «Lei mi fa una domanda a cui non so rispondere, glielo dico in tutta franchezza e a costo di passare per ingenuo, se non per uno stupido. Non che non me la sia mai posta, naturalmente, ma le spiegazioni che via via mi sono dato, non spiegano tutto. Direi che alla base c’è un concentrato disposto di perdita di punti di riferimento da un lato, di gestione disattenta del successo dall’altro. Ho affrontato tutto da solo, e quelle poche volte che non ero solo ero mal accompagnato... Questo per quanto riguarda il secondo punto. Il primo è che sono arrivato senza raccomandazioni, sono piaciuto, ho goduto della fiducia artistica di Sergio Japino e di Raffaella Carrà, rispettivamente regista e curatrice del programma, di quella di Carlo Freccero, allora direttore di rete, dei loro consigli, dei loro suggerimenti... Poi, quella macchina si è come dire, esaurita, quel tipo di programmi non si è più fatto e io ho perso le sponde a cui ero abituato. È cambiata l’offerta, insomma, ed io ero un pesce troppo piccolo nell’acquario Rai... E però, rimane lo stesso qualcosa di incomprensibile. Se qualcuno mi avesse detto “non sei adatto” e me lo avesse motivato, me ne sarei fatto una ragione. Penso che un conduttore debba essere eclettico, non volevo certo fare Furore per tutta la vita, capivo benissimo che la novità dell’esordio diveniva routine già al secondo anno, c’era un rischio di overdose. Io l’ho corso, disciplinatamente, perché me lo hanno chiesto e perché pensavo che dopo ci sarebbe stato spazio per altro. Non c’è stato un dopo e non c’è stato spazio, semplicemente».

Uno dei miti di Alessandro Greco è Corrado, e questo aiuta forse a capire il perché di un’impasse. «Mi sono reso conto di essere una merce particolare, che non si sa bene dove e come collocare. Non funziono in una tv del dolore, non sono a mio agio in una tv urlata. Non do giudizi di merito, dico solo che non sono nelle mie corde: non potrei fare un programma come Libero o come Distraction, ho difficoltà a vedermi in un reality. Ho partecipato a La talpa perché era un reality-game, mi sarebbe piaciuto condurre Music Farm, fermo restando che Simona Ventura lo ha fatto benissimo, perché lì oltretutto c’era l’elemento musicale che è quello a me più congeniale, ma Il Grande Fratello o L’Isola dei Famosi, per esempio, hanno un elemento di stress, di lotta per l’affermazione che non è il mio. E che forse non è nemmeno della televisione: io credo che la televisione sia anche educazione».

La musica è sempre stata qualcosa di connaturato al conduttore che Greco è e vorrebbe continuare a essere. «Io sono nato artisticamente con le radio private e le feste di piazza, cantavo, imitavo, conducevo, interagivo con il pubblico. È una buona scuola, ti aiuta a gestire l’imprevisto. Ho cominciato che avevo quindici anni, prima mi allenavo nel bagno di casa, davanti allo specchio... A venti partecipai come concorrente a Stasera mi butto, vinsi facendo la parodia di Zucchero e di Bruno Pizzul... A ventidue ho inciso un disco con il nome d’arte di Idem, musiche originali ma cantate con la voce di Pino Daniele, Eros Ramazzotti, Jovanotti... ha venduto 80mila copie... glielo dico per aiutarla a inquadrarmi meglio, non per altro. Mi sono diplomato alle magistrali, ho fatto il servizio di leva nei carabinieri, ho studiato giurisprudenza senza laurearmi, sono metodico, ordinato, pantofolaio».

Alessandro Greco è un bel ragazzo, parla un italiano corretto, è educato. Il critico del Corriere della Sera Aldo Grasso ai tempi di Furore lo definì «un cronometro, precisione senz’anima. Sbaglia pochissimo, ma manca di anima. La massima intensità dei rapporti con gli ospiti coincide con il massimo distacco». A Grasso Furore non è mai piaciuto e non ha mai saputo spiegarsene il successo. «C’è evidentemente qualcosa che sfugge al radar del ragionamento e si infila nella pelle, nella sottocute, nelle viscere» disse al quinto anno della sua messa in onda. Dico a Greco che, forse, è proprio questo elemento di metodicità, di ordine, che lo penalizza nella televisione attuale, ma lui è dubbioso. «A Furore serviva quel tipo di conduzione. Era un programma a rischio, nel senso che scatenava le energie dei concorrenti e del pubblico e quindi poteva andare sopra le righe a ogni momento... In più io ero giovane e l’impassibilità era la chiave di volta per tenere tutto. Doveva essere un programma, non un casino. Quanto al resto, non so, ma non mi riconosco in quello che dice. Nel 1995, prima quindi di Furore, ho presentato su una rete minore, Italia sette credo che fosse, uno special che si chiamava Seven Show, una sorta di palestra di nuovi comici, sul modello di Zelig. Facevo, come dire, da spalla e da buttafuori, introducevo, raccordavo... Se fossi stato così pulitino, così prevedibile, mi avrebbero sbranato... No, è che in tv ci sono poche idee, si sfrutta quello che si ha, non si vuole rischiare, spesso c’è gente che non si capisce perché stia lì, c’è l’ossessione dell’auditel... Io so quello che so fare. Mi viene il dubbio che siano gli altri a non avere le idee chiare... Poi me lo faccio passare, perché vivo in provincia, non sono presuntuoso e credo nel merito. Mi impegno, studio, propongo, mi rendo disponibile. Male che vada, farò l’enologo e il sommelier. Anche presentare i vini è un’arte».