Non lo fanno per la bimba

Ho davanti agli occhi le bellissime immagini di un calendario a favore dell’Associazione italiana persone down: Michelle Hunziker abbraccia una bambina down di circa due anni. E poi, via via, Totti baciato da un’adolescente down con orecchini di perla, Jovanotti che, sulle spalle, porta un ragazzino di tre anni down ed il sorriso indimenticabile, fissato dalla fotografia di Roberto Rocco, di un piccolino, forse meno di un anno. Anche lui è down.
La bellezza è fuori ma, soprattutto, negli occhi di chi guarda. Così, mi colpiscono profondamente le dichiarazioni di Chelsea Kirwan, la madre di Ophelia, una bambina down di due anni, alla quale, con il marito medico come lei, è ben decisa a far cambiare connotati. «È per il suo bene... per la sua felicità futura..., perché è una questione di autostima...» e, infine, «perché viviamo in una società che giudica dall'apparenza e chi critica questa operazione di chirurgia plastica parla senza avere dei figli down».
Io che ho un nipote portatore di handicap, capace di essere, per tutta la nostra famiglia, un gioioso esempio di affetto, di disponibilità, di vita, sostengo, anzitutto che una bambina non possa e non debba affrontare un’operazione di chirurgia plastica per sembrare «normale», al solo scopo di rassicurare i suoi genitori e farsi accettare da loro e dagli altri.
La «diversabilità», infatti, costituisce un problema soprattutto per i parenti e per molte persone a motivo di pregiudizi culturali e anche perché tanti hanno interiormente timore della «diversità» quale rappresentazione esterna di una differenza che profondamente li spaventa. Assai spesso, poi, i portatori di handicap e soprattutto i down, sono in grado di vivere la loro condizione in modo positivo. Certamente se sentono di essere completamente accettati, ricercano contatto ed integrazione. E anzi, laddove è loro consentito, riescono perfino a valorizzare i molti, preziosi aspetti di sensibilità, specialità e qualità dei quali proprio la «diversabilità» è oltremodo ricca.
E questo accade nonostante le difficoltà imposte da una società che non è pronta, anche quando si considera civile e progredita, ad accogliere la «diversità psicofisica» come una condizione da rispettare, comprendere ed amare. Ben oltre ogni accomodamento da chirurgia plastica!