Ma non è un funerale

Gianfranco Fini ha, in pratica, annunciato lo spegnimento della fiamma che per sessant’anni ha campeggiato prima nel simbolo del Movimento sociale italiano poi in quello di Alleanza nazionale. È un evento storico, per ciò che ha significato quella fiamma nelle vicende italiane degli ultimi decenni.
Al Movimento sociale italiano, per quanto gli si possano rimproverare le nostalgie fasciste, va dato atto di un merito sempre sottovalutato nella storia patria: ha incanalato gli ex fascisti (e molti che lo erano rimasti) in un partito che riconosceva la legittimità della Repubblica, della sua Costituzione, della sua democrazia. Uomini che se fossero stati lasciati a se stessi, sbandati, avrebbero potuto provocare danni gravi alla politica e alla società. La politica e la società, a rovescio, chiusero il Msi «fuori dall’arco costituzionale». Sarà un lavoro da storici interpretare gli effetti di quell’esclusione che, se da un lato impedì agli ex fascisti di partecipare alla cosa pubblica, dall’altro rallentò la loro evoluzione verso una destra moderna e non nostalgica.
La svolta fu decisa internamente, con il congresso di Fiuggi e la nascita di Alleanza nazionale. Unica concessione al vecchio era il permanere di quella fiamma tricolore che, si dice, simboleggiava lo spirito di Mussolini risorgente da un’urna. Però lo spirito nostalgico di quella fiamma si è allontanato da An con le numerose scissioni che hanno formato gruppi e gruppetti alla sua destra. I suoi dirigenti - sia pure divisi fra conservatori e innovatori - non si sono mai più voltati indietro. Merito di Gianfranco Fini, certo, ma bisogna ricordare la spinta determinante dello scomparso Pinuccio Tatarella; e che lo «sdoganamento» dovuto a Berlusconi è stato un momento altissimo per la democrazia italiana, benché all’epoca contestato oltre misura.
An, non a caso, confluirà in un partito che contiene nel nome la parola libertà, e questo dovrebbe essere rasserenante specialmente per chi ha odiato, e non soltanto politicamente, il Movimento sociale e i suoi uomini. Quegli uomini oggi sono ai vertici dello Stato grazie a pacifiche e democratiche elezioni. Fini, La Russa, Gasparri, Alemanno, da ragazzi temuti come pericolosi sovversivi sono diventati oggi presidente della Camera, ministro della Difesa, presidente del più ampio gruppo senatoriale che il Parlamento abbia mai avuto, sindaco di Roma. Ognuno ha il diritto di pensare che possano svolgere più o meno bene il loro compito - li giudicheremo di volta in volta, sui fatti - ma l’evoluzione della loro vita politica dovrebbe essere una festa per tutti.
La Russa, accettando la reggenza che porterà An a confluire nel Pdl, ha detto che il suo non sarà il lavoro di un necroforo, bensì quello di una levatrice. C’è da sperare che An porti nel nuovo partito ulteriori spinte al cambiamento. Qualche buon segnale c’è già, come la nomina a ministro della giovanissima Giorgia Meloni: perché le pari opportunità vanno date ai giovani, non solo alle donne. È significativo anche che An abbia fatto eleggere nelle sue liste un intellettuale non conformista come Luca Barbareschi, che non sarebbe mai stato accettato nel Movimento sociale e forse neanche in An di qualche anno fa: un suo incarico nel governo, nell’ambito della cultura, sarebbe un altro buon segnale mentre la fiamma si spegne.
Giordano Bruno Guerri
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