Non ha alternative il piano di Petraeus per il ritiro dall’Irak

Il quadro che il generale Petraeus ha presentato al Congresso è forse un po’ troppo roseo, alcuni dati sono da prendere con le molle ma, se si vuole evitare una catastrofe in Irak, non ha alternative: gli Stati Uniti dovranno mantenere un impegno militare significativo ancora a lungo. Anzi, l’ufficiale ha accettato rischi significativi promettendo il ritiro di 5 brigate dell’esercito e 3 battaglioni di marines entro luglio 2008. Ma opportunamente ha evitato di impegnarsi oltre: una nuova valutazione sarà fatta a marzo 2008.
Petraeus ha anche confermato la strategia di impegno massiccio antiguerriglia dei suoi soldati sul territorio, che sta portando risultati anche se al costo di perdite aumentate. Progressi si registrano anche grazie al nuovo approccio “dal basso in alto”, partendo dal livello locale, nelle relazione con gli sceicchi sunniti nella provincia di Anbar, che peraltro non è detto funzioni in province multietniche. Questo nuovo corso ha messo la componente internazionale della guerriglia alle corde. E giova poi che l’estremista sciita Moqtada Sadr sia tornato dall’esilio volontario in Iran trovando il suo esercito Mahdi indebolito e scosso da lotte intestine.
Petraeus sa che le forze di sicurezza irachene hanno bisogno di almeno 12-18 mesi per assumere responsabilità significative. L’esercito va benino, la polizia sarebbe da ricostituire. Inoltre i successi contro la guerriglia e nel ristabilire l’ordine non bastano in mancanza di progressi politici ed economici. Ma se le forze Usa si ritirano troppo in fretta, tutto quanto è stato realizzato a caro prezzo in questi anni andrà in pezzi.
A Washington vorrebbero sentire una storia diversa. Vale anche per molti generali che desiderano ricostituire le forze e ottenere una massa di manovra utilizzabile per eventuali nuove crisi. Ma la realtà irachena non lo consente.