«Non ha avuto il coraggio di cambiare»

da Roma

Bordate da fuori, ma soprattutto da dentro. Il Pd sembra giunto alla resa dei conti, con la segreteria di Walter Veltroni che quasi sbanda sotto gli attacchi degli insoddisfatti. A cominciare da Arturo Parisi. Onorevole Roberto Giachetti, quant’è profonda la vostra crisi?
«In un partito nuovo come il nostro, i colpi d’assestamento sono inevitabili. Alla luce pure del cortocircuito da campagna elettorale, giunta troppo presto, a cui siamo arrivati “leggeri”, senza radicamento... ».
Sì, ma parliamo del presente.
«Be’, dentro il Pd oggi vi è una difficoltà oggettiva. Non va tutto bene e non si può certo dire “Viva la marchesa”».
Di chi è la colpa?
«Di chi non ha mantenuto le promesse, di chi non ha fatto nascere una nuova classe politica, di chi non lascia spazio al nuovo, ai giovani. Basti ricordare l’esordio negativo del Comitato dei 45, composto da ex ministri, sindaci, senza under 40, con poche donne. E senza dimenticare le liste bloccate alle primarie. Insomma, c’è stata e c’è scarsa propensione a una vera apertura verso l’esterno».
Responsabilità comune, pare di capire, ma anche di Veltroni.
«In quanto segretario, una parte di colpa è sua, anche perché non ha avuto il coraggio di rompere con la tradizione organizzativa dei vecchi partiti. E nonostante due milioni e mezzo di cittadini gli avessero chiesto di voltare pagina, una volta per tutte, e dire no con coraggio alle spartizioni interne, Veltroni si è spaventato. Ha totalmente sottovalutato la forza del suo mandato».
Ha avuto paura?
«Si è fermato in mezzo al guado e ha trattato con i capicorrente. Ma in ogni caso, è indubbio che sia difficile per lui lavorare con serenità, visto che ogni mattina si deve preoccupare del “fuoco amico”. Una cosa sia però chiara: oggi non c’è alternativa. E se qualcuno ha la convinzione di proporla, esca fuori, la finisca di “bombardare”, si candidi. Ci farà bene».
Se ha trattato con tutti, come dice lei, il segretario lo avrà fatto pure con Parisi. Eppure, ascoltando le parole dell’ex ministro della Difesa, non sembrerebbe.
«Certo che ha trattato pure con Parisi, eccome. Ma a lui viene meglio sparare a zero su Veltroni piuttosto che mettere davvero qualcosa di suo. Gli piace attaccare da fuori, senza avere il coraggio di proporsi come alternativa. In parole povere, utilizza le logiche che contesta per garantire se stesso».
Sarà, ma intanto lo continua a contestare apertamente.
«Sì, ma Parisi rappresenta un’estrema minoranza. Ad ascoltarlo, alla festa di Firenze, mi dicono ci fossero una trentina di persone in una sala da settecento posti. E poi, chi ricorda un’iniziativa politica propositiva dei parisiani? Per carità, i 15-20 parlamentari che rappresenta sono di straordinario valore, ma non hanno di certo vinto un concorso internazionale per venire eletti».
Parisi a parte, i consensi calano e si avvicinano le europee.
«Bisogna invertire la rotta. Se si continua così, ci si consegna alla storia in maniera fallimentare. E senza scelte coraggiose, vere, per il Pd, non solo alle europee, proseguirà il deterioramento».
Con queste premesse, appare dura cambiare passo.
«Già, ma serve uno scatto d’orgoglio, una prova di generosità da parte dell’attuale dirigenza, senza ipocrisie né infingimenti. Bisogna promuovere una nuova classe dirigente, altrimenti, non rimane che augurarsi un colpo di Stato interno. Ad opera dei “signori nessuno”».