«Non ha sopportato quelle accuse infamanti»

Stefano Vladovich

Pomezia è incredula. Nelle strade attorno all’oratorio di San Benedetto l’atmosfera è pesante. Nessuno ha voglia di parlare e alla notizia del suicidio di padre Marco Agostini sono in molti a piangere. Sguardi tristi non solo fra i giovani catechisti ma anche fra i parrocchiani e la gente comune che chiede conferme. «Davvero è morto? Ce lo dovevamo aspettare prima o poi - dicono -. Non ha sopportato quelle accuse infamanti, si è lasciato andare». Tra le reazioni quella del parroco don Ennio Di Gianpasquale, in un primo momento coinvolto per favoreggiamento assieme a padre Germano, parroco della vicina San Michele Arcangelo e poi rilasciato: «Adesso viene affidato alla misericordia di Dio», chiosa aggiungendo di non aver più sentito Agostini dopo il suo arresto. I vicini della casa materna in cui era costretto agli arresti domiciliari, nel quartiere Alessandrino, ricordano di aver «accolto con incredulità la notizia del suo coinvolgimento nella storia di pedofilia». «Lo conoscevo da quando era piccolo - racconta Salvatore - era un bravissimo ragazzo e aveva ricevuto un’ottima educazione dalla famiglia. Un paio di volte ha detto anche messa nella parrocchia di San Francesco di Sales».
I residenti di via del Pergolato, dove è avvenuta la tragedia, continuano: «Quando abbiamo saputo del suo coinvolgimento in questa vicenda - racconta Gianni, dirimpettaio - eravamo tutti indignati anche se nessuno di noi lo ha condannato. Lo conoscevamo bene e sapevamo che era una brava persona. È probabile che non abbia retto alla vergogna e alla situazione che si era venuta a creare. Veniva controllato ogni giorno da polizia e carabinieri». Secondo le accuse, formulate dopo 18 mesi di indagini avviate all’indomani della prima denuncia nel 2004, padre Marco avrebbe sfruttato il forte ascendente sui giovani che frequentavano sia la chiesa della Beata Vergine Immacolata, a Torvaianica dov’era parroco fino alla metà degli anni Novanta, che la Casa della Gioventù Felice Locatelli di via Filippo Re, per abusare sessualmente su di loro. Non solo. Padre Marco avrebbe messo in piedi una «setta» in cui era il leader indiscusso. Soprannominato dai suoi ragazzi «il Cabana», gli adepti erano i «cabanini». Secondo i venti ragazzi che avrebbero subito violenze, si sarebbe trattato di una vera e propria «cupola» di stampo satanista con regole ferree. Farne parte era considerato un privilegio per pochi. Avere rapporti intimi con padre Marco significava avvicinarsi a Dio. Durante i campi estivi padre Marco avrebbe fatto stendere i ragazzi su una croce e raccontare ogni peccato, specialmente ciò che succedeva con le loro fidanzate. Altri lo difendono: «Ha cacciato gli spacciatori e allontanato i nostri figli dalla droga». Il sacerdote viene ricordato dai parrocchiani come un uomo di grande carisma. «Sapeva insegnare in modo facile e divertente il catechismo».