"Non ho capito l'Italia ma tornerò grande"

Ronaldinho si confessa: "La Spagna è più tecnica, qui alzo la testa e sono tutti lontani. Non
sono felice ma lavoro. Vorrei tornare a segnare gol: è la mia
passione. Anche se mi diverto a lanciare Pato"

Milanello - Caro Ronaldinho, è pronto per tornare a fare Ronaldinho?
«Sto bene, molto bene, ho superato i problemi al tallone e mi sto preparando per vivere un grande finale di stagione».

Cosa non ha funzionato fin qui?
«Abbiamo perso molti punti e con i punti abbiamo perso di vista l’Inter oltre che convinzione nei nostri mezzi. Poi abbiamo perso la coppa Uefa: è stato il colpo più basso».

L’Inter è così forte come racconta la classifica del campionato da tre anni a questa parte?
«È sempre davanti, non perde punti nelle sfide dirette, se cade si rialza: sono qualità indiscutibili».

E come si spiega che fa cilecca in Champions league?
«Non ho un’idea, soffre, è evidente, ma forse gioca un ruolo anche la “malasuerte” (la sfortuna, ndr). In Champions la Roma avrebbe potuto farcela, bastava un rigore, così la Juventus. Io non ho visto un dominio assoluto del calcio inglese».

Caro Ronaldinho, lei ha vissuto giorni difficili tra gennaio e febbraio: sostituito a Roma, 4 volte in panchina eppure non si è sentito un lamento. Come mai?
«Non ero felice, questo è sicuro: chi non gioca non può esserlo. Ho parlato con Ancelotti e ho deciso di rispondere in un solo modo: niente interviste polemiche ma solo lavoro, lavoro, lavoro. Credo sia la forma più corretta».

Quando Ancelotti dice che «il talento non basta» si riferisce proprio a lei: cosa gli risponde?
«Gli rispondo che dal giorno del mio trasferimento in Italia ho dovuto cambiare tutto: metodo di allenamento e anche modo di giocare. Ero abituato, in Spagna, ad un calcio tecnico, poco fisico, per niente tattico. E chi pensa che sia felice passare da un registro di gioco a un altro, si sbaglia».

Ci faccia un esempio delle difficoltà incontrate...
«In Spagna, per esempio, ero abituato a toccare il pallone, senza avere l’avversario addosso, due-tre volte prima di alzare la testa e scegliere il compagno cui passare. Non solo. Ma col Barcellona, prima di arrivare nell’area di rigore altrui, impiegavamo almeno 10 passaggi. Adesso nel Milan mi succede questo: tocco la palla una, due volte al massimo, alzo la testa e vedo che i miei compagni sono già dall’altra parte, lontanissimi».

Non sarà anche un calcio un po’ più violento?
«Non più che in altri Paesi, proprio no».

Ha sentito dei cori razzisti contro Balotelli?
«A me, francamente, non è mai successo né a Parigi, né in Spagna e neanche in Italia. Anzi, da queste parti, ho raccolto molta simpatia anche tra i tifosi di altre squadre».

Allora sarà colpa di Balotelli...
«Trovo strana anche questa accusa: Mario è un ragazzo d’oro, educato, tutte le volte che ci incontriamo è una piccola festa. C’è stato qualche momento di tensione, con Cristiano Ronaldo, nella sfida col Manchester ma niente di più».

All’Inter si stanno interrogando su Ibrahimovic: è grande uno che da 16 partite non segna in Champions?
«Ciascun grande attaccante può attraversare un periodo difficile, è capitato a chiunque. Non penso ci sia altro dietro».

È stata dura rinunciare alla Champions league?
«Durissima. Vederla in tv, dopo averla giocata tanti anni e averla vinta, è stata un’autentica sofferenza. Perciò dobbiamo impegnarci a fondo per arrivare almeno terzi e non perdere la prossima edizione».

Cosa manca di più a Ronaldinho, il gol o giocare fisso?
«Ho fatto nove gol fino a dicembre, tra campionato e coppa Uefa, e zero nel 2009. Naturale, non ho mai giocato. Se non gioco, non trovo la condizione. Se non trovo la condizione, non posso rendere come nei primi mesi a Milanello. Fare gol è la mia grande passione anche se mi diverto a lanciare Pato, come è successo anche a Siena».

Le dice qualcosa Napoli?
«Certo, significa Maradona. A casa mia, mio fratello Roberto, era da ragazzino un fanatico di Diego e aveva riempito la nostra stanza di poster dell’argentino. È da una settimana che lavoro sodo pensando di poter giocare per la prima volta in carriera nello stadio di Maradona».

Chi è stato il più grande tra Pelè e Maradona?
«Per me che sono brasiliano questo è terreno minato: ognuno ha segnato la propria epoca».

Come funziona il suo rapporto con Ancelotti? È meglio o peggio che con Rijkaard?
«Ancelotti è una persona schietta e leale. Altri allenatori parlano attraverso i giornali, lui no, ti parla, ti motiva. Devo smentire le incomprensioni con Rijkaard: io ero il vice-capitano, io e Puyol eravamo tutti i giorni a colloquio con lui».

Se potesse consigliare Amauri, cosa gli direbbe per la scelta della Nazionale?
«Lasci stare gli azzurri, venga nel Brasile. Nel 2010 vinceremo il mondiale».

È così forte Thiago Silva?
«Non è forte, è bravissimo».