Non ho osato guardare quell’ultimo rigore

«Chi tira l’ultimo rigore?». «Grosso». «Ma è matto?». La tensione della finale, moltiplicata dall’emozione dell’evento, mi aveva annebbiato d’improvviso la vista. E stentavo a riconoscere la sagoma di quel giovanotto col fisico da fenicottero che pure a Dortmund aveva fatto delirare i paisà di Germania e molti miei sodali in tribuna stampa, Aldo Cazzullo del Corriere della Sera e Marcello Di Dio i più scatenati, seduti a un centimetro dalla mia postazione, danzavano e si abbracciavano come reduci dalla conquista di una lotteria milionaria. A Berlino, quella notte, chiedevo lumi a Riccardo Signori per avere conferme da un collega che usava spianare il cannocchiale per anticipare la sequenza dei tiratori scelti. «Grosso? Ma è matto!» ho continuato a ripetere per chissà quanto tempo fino a quando non ho visto Pirlo, col viso stravolto, alzare i pugni al cielo e correre felice verso la coppa. Ecco la verità, confessata come tutte le verità scomode dopo un bel po’ di tempo: sono stato un vigliacco quella notte, non ho avuto il coraggio di guardare in diretta l’ultima rincorsa e l’ultimo tiro, appuntito come una freccia, che si è infilzato all’altezza del costato di Barthez senza fare una piega, senza fare una curva, gonfiando la rete della Francia e il cuore di milioni di italiani. Un giorno, prima o poi, dovrò dirlo anche a Lippi. E a Grosso.