«Non lasceremo Gaza, siamo pronti a tutto»

«Noi vogliamo combattere una legge ingiusta, e soprattutto assolvere una missione cosmica»

Gian Micalessin

da Neveh Dekalim (Striscia di Gaza)

Sono passati dieci mesi. «Non sappiamo, speriamo, non ci crediamo», ripeteva una mattina d’ottobre Moshe. Poi la Knesset votò l’addio a Gaza. Così oggi a Moshe Saperstein e a sua moglie Yehudit sono rimasti otto giorni. Otto brevissimi giorni per dire addio a questa villetta tutta luce e tende sulle onde del Mediterraneo. Otto maledetti giorni, a 76 e passa anni, per cambiare vita. E che vita. Moshe, nacque a New York, combatté sotto le bandiere d’Israele, lasciò l’occhio e il braccio destro tra le sabbie del Sinai nella guerra del Kippur. Guarì e restò a insegnare inglese a Gerusalemme. La pensione lo portò a Neveh Dekalim, l’oasi delle palme. Qui, una sera, un terrorista palestinese, lo attendeva sulla strada di casa. La donna davanti morì, due soldati furono uccisi, lui fuggì con due dita in meno sull’unica mano rimasta, una granata inesplosa sul sedile e 22 colpi nelle portiere. A casa sua non vedi rotoli di nastro adesivo e scatoloni da riempire. Né stoviglie accatastate, libri impilati, mobili svuotati. Cd e vinili, le sue amate opere, i suoi adorati concerti sono ancora tutti in libreria. Come nove mesi fa. Il grande e impenitente invalido lo ammette. Lui la sera del 15 non si muoverà. «Sono un fanatico. Solo se sei un vero fanatico ti trasferisci qui. Vivi a Dekhalim solo se sai di vivere per un’ideologia. La mia è quella della Bibbia. Per la Bibbia questa è terra d’Israele, la terra delle tribù di Giuda. Per questo resteremo qui».
Mezzogiorno. La tavola è imbandita. Yehudit scodella la minestra, i piatti si sollevano. Sono molti di più di otto mesi fa. Si alzano quelli di un rabbino barbuto, di sua moglie e dei due figli. Si allungano quelli della figlia di Moshe, di suo marito e del loro ragazzino. Nove piatti su una tavola, un tempo imbandita solo per due. Moshè sorride. Chaim Eysen, il rabbino 45enne, non ci prova nemmeno a negare. «Certo sono un “infiltrato”, un fuorilegge, un ricercato. Lo siamo tutti, io, mia moglie e i miei due figli. Vogliamo stare al fianco di un amico, vogliamo combattere una legge ingiusta, e soprattutto vogliamo assolvere una missione cosmica, vogliamo impedire alla terra d’Israele di trasformarsi nella terra del terrorismo islamico».
Per l’esercito gli infiltrati come il rabbino Chaim, insegnante di filosofia ebraica in una scuola religiosa di Gerusalemme, sono meno di duemila. Per i coloni ce ne sono più 4.000, nascosti negli insediamenti intorno a Neveh Dekalim. Neveh è la capitale, il cuore, di questi 16 villaggi fortificati nel sud di Gaza, addossati al confine egiziano. Villette candide tra giardini di bouganvillee e torrette blindate. Donne in gonna lunga e il capo coperto da capellini obsoleti. Uomini barbuti e schiere di bambini tra recinzioni elettrificate e palizzate di cemento. Attorno allo zoccolo duro dei coloni di Gaza, oltre i carri armati e le fortificazioni, case sventrate e città derelitte. Per loro quelli sono solo «arabi», «terroristi» che uccidono. I palestinesi di Hamas, i mortai, i missili Qassam. Quasi 5.000 granate esplose in quattro anni di scontri, e due abitanti dell’«oasi delle palme» uccisi davanti a casa. Una trentina di altri, tra cui donne e bambini, feriti e segnati per sempre da agguati, incursioni imboscate.
Eppure per questa sabbia desolata e maledetta gli «infiltrati» sfidano l’arresto e il carcere. A Neveh Dekalim sono dovunque. Ragazzi in sacco a pelo accampati ai lati dei vialetti, famiglie con indosso i colori arancioni del rifiuto alla ricerca di una stanza dove «resistere». Alcuni sono soldati senza più divisa. Il ministro della Difesa Shaul Mofaz l’ha ammesso. I disertori sono ormai centinaia. Tra di loro anche nove militari fuggiti con i mitragliatori d’ordinanza. Quei nove fantasmi armati sono il vero incubo. Ognuno di loro può diventare un nuovo Eden Natan-Zada, lo squilibrato disertore di estrema destra autore di una strage su un autobus di arabi. L’esercito li cerca anche in queste colonie.
Ma per il rabbino Chaim gli eventuali emuli di Eden Natan Zata sono solo vittime. «Sono le leggi ingiuste dello Stato a generare violenza. Leggete il capitolo 21 della Genesi. Qui nella terra di Geraham Abramo trovò l’acqua, ma i palestinesi cercarono di sottrargli le terre e distrussero le sorgenti. Ora per colpa delle leggi ingiuste di questo governo la storia sta per ripetersi. Per questo non possiamo obbedire, dobbiamo restare qui e aspettare che si compia la volontà di Dio. Solo il governo sarà responsabile di quello che succederà. Noi siamo qui per seguire la Bibbia. Dopo il 15 potremmo finire tutti in galera, ma se un uomo non è disposto a rischiare per difendere la propria libertà, allora quella libertà non vale più nulla».