Non lasci l’Italia,

Caro dott. Granzotto, la lettura dei Suoi squisiti colloqui epistolari con i lettori chiude la mia giornata. Dal giorno in cui Mieli pubblicò sul suo Corriere l’invito all’italico popolo a dare fiducia all’armata brancaleone di Prodi mi perse come lettore e io scoprii il Giornale. Più volte ho avuto la tentazione di scriverLe. Lo faccio oggi per ringraziarLa di aver pubblicato la lettera anonima di quel sedicente democratico. Nel leggerla ho capito molte cose. È probabile che ci siano molti altri come lui. Capisco allora come è possibile che il nostro Paese sia giunto alle attuali misere condizioni. Capisco come i vari Diliberto, Giordano, Caruso possano ancora far proseliti; mi è altrettanto chiaro come possa restare al suo posto un ministro dell’Interno che non è in grado di garantire al Papa il diritto di parlare. Capisco anche perché a oggi ancora ci è negata la possibilità di andare alle urne. Caro Paolo (mi perdoni la confidenza) io abito molto vicino alla Svizzera. Mi dia Lei tre buone ragioni per credere ancora in questo Paese e sovrastare l’incalzante tentazione di abbandonarlo e ritrovare oltreconfine la fiducia nelle istituzioni.


Lei mi coglie in un momento d’umor nero, caro Berlusconi. Il meno adatto per tirarle su il morale enumerando le buone ragioni che dovrebbero indurla a restare di qua dalla frontiera. Ho le paturnie, e me le ha fatte venire Franco Marini. Bravissima persona, meritevole di rispetto e anche di stima. Ma che con il suo gingillarsi - in modo solenne, sacerdotale - attorno all’ipotesi di mantenere in vita un Parlamento già morto e sepolto sta facendo perdere la pazienza a quell’Italia maggioritaria che reclama invece il diritto di licenziarlo per inadempienza. Tirar tardi per sondare gli umori delle parti politiche - umori già espressi e riespressi nel salotto quirinalizio, sulla stampa e alla televisione - al fine di «capire e verificare» quelle «disponibilità a cercare un consenso ampio» che non-ci-so-no, è già un bel gingillarsi. Ma che oggi, sabato, il verificatore Marini incrementi la melina consultandosi anche con le rappresentanze sindacali, con Confindustria e Confartigianato, i cui rappresentanti e associati non votano in Parlamento e quindi in questa partita sono assolutamente fuori gioco, be’, altro che gingillarsi: qui siamo alla presa per i fondelli. Perché ciò che Marini va cercando, lo «spiraglio», altri non è che un senatore maganzese che gli assicuri quel voto, uno, necessario per intronarsi a tempo determinatissimo Palazzo Chigi e così far perdere al Paese, all’azienda e condominio Italia, altro tempo.
Lei capirà, caro Berlusconi, che con questi chiari di luna torna difficile essere ottimisti. A menare la danza sono infatti le due più alte cariche dello Stato che non rassegnandosi alla bancarotta della sinistra, con la scusa della «prassi» e forzando la mano si arrabattano per rimandare quell’esito democratico inevitabile in circostanze del genere: l’alternanza. E questo per via del suo omonimo, caro Berlusconi. Il dover ammettere che il risultato di una feroce, insistente campagna d’odio è - o è altamente probabile che sia - il ritorno in pompa magna del Cavaliere, è cosa che può far uscire di matto tutto il popolo degli «anonimi democratici» (e anche, e qui me la rido, dei «giornalisti democratici»). Lei me ne ha chieste tre, ma io al momento posso darle una sola buona ragione per rimandare l’espatrio: vederli. Vederli uscire di matto. Spettacolo che ripagherà con gli interessi il mal di fegato provocato dalle gradassate e dalla malapolitica del biennio prodiano. Garantito.