Ma non lasciamo

In un’epoca in cui la società vola verso una sempre maggiore integrazione, l’ascolto di massa del Festival di Sanremo è un interessante fenomeno contraddittorio. Un interesse che generalmente si esaurisce nell'analisi delle variazioni degli indici di ascolto, nelle polemiche tra chi organizza il Festival in un modo e chi lo vorrebbe in un altro. E, certo, essendo Sanremo essenzialmente spettacolo non si capisce perché non si dovrebbe girare il coltello nella piaga, creando o sottolineando gli antagonismi tra i presentatori di ieri e di oggi e quelli che saranno domani, tra i cantanti, le giurie, gli esperti, spernacchiando i comici senza comicità che dovrebbero far ridere (non si sa poi perché) tra una canzone e l’altra. Ma intanto Sanremo, anno dopo anno, continua a mettere sotto la lente di ingrandimento il significato della cultura popolare e nazionale, la dimensione globalizzata della cultura internazionale e il loro rapporto che non c’è. Mentre la sinistra prova a imporre il proprio marchio monopolista a temi sociali che sono di tutti e non di una sola parte politica.
Incominciamo dai sentimenti. Sanremo nel suo celebrare l’apoteosi della canzone italiana è come la pizza e il nostro caffè: un’occasione mancata.
Recentemente, tre giovani americani, hanno vissuto qualche mese a Milano per capire il «sentimento» con cui gli italiani bevono il caffè. Loro sapevano che noi abbiamo una cultura straordinaria in fatto di caffè, che prendiamo ristretto, lungo, macchiato caldo o freddo, cappuccino, insomma che nel caffè noi trasferiamo tutto il sentimento che accompagna la nostra giornata. Volevano però capire come organizzare a livello globale quel nostro sentimento per il caffè. Adesso i tre giovani americani sono riusciti a realizzare una catena per la vendita del caffè, Starbucks, che propone al mondo il modo italiano di bere il caffè. Qualcosa di analogo è accaduto come si sa, tempo fa, con la pizza attraverso la catena internazionale di vendita Pizzahut, che fa mangiare agli abitanti del pianeta l’italica focaccia con tutte le variazioni create dalla nostra fantasia culinaria.
Torniamo alle canzonette. Forse nulla meglio del rapporto parole e musica esprime i sentimenti di un popolo. La canzone è sempre stata lo specchio dell’identità di un popolo, e questo fino dalle origini della civiltà occidentale, sin dalla canzone epica di Omero. Naturalmente con le dovute differenze estetiche, il canto della poesia (cioè l’unione di parole e di musica) ha accompagnato lo sviluppo storico della nostra cultura. Giuseppe Verdi forma la coscienza nazionale popolare risorgimentale meglio di chiunque altro, meglio di ogni iniziativa sociale e politica di quel tempo.
Nel nostro Paese c’è un disprezzo profondo o, ad essere ottimisti, una scocciata diffidenza nei confronti della cultura popolare e dell’intellettuale nazional popolare. In questa prospettiva la canzonetta e il Festival di Sanremo raccolgono tutto il disprezzo della cultura ufficiale, ovviamente la cultura di sinistra, espressa nella ben nota litania che cataloga la gara canora e italiana tra i vizi modesti del nostro provincialismo (anche se poi è la stessa sinistra a tentare di «appropriarsi» delle tematiche più impegnate trattate dalle canzoni del Festival).
È sufficiente invece ascoltare distrattamente le canzonette di Sanremo per una sera all’anno, senza preoccuparsi di seguire durante tutto l’anno le varie rassegne canore, per accorgersi che in quelle parole e in quelle musiche, piaccia o non piaccia, ci siamo noi, i nostri sentimenti, le nostre passioni, le nostre verità più o meno confessate. Nessuno, poi, dimentica che, quando i cantanti italiani vanno all’estero, essi sono considerati i nostri migliori ambasciatori: la questione è che non hanno l’opportunità di valorizzare come si potrebbe e dovrebbe il loro prodotto. Gli emissari di Veltroni sembra che se ne siano accorti, e sembra anche che vogliano acquisire alla cultura ufficiale di sinistra quelle canzonette fino ad oggi demonizzate. La canzonetta infatti oggi è come se fosse una nostra pizza portata con una scatola in un posto lontano dall’Italia e là riscaldata e mangiata.
Insomma, la canzone esprime i sentimenti profondi di una comunità; la canzone italiana, e Sanremo come sua apoteosi, sono significative realtà che ci caratterizzano; la canzone italiana, tuttavia, non è un fenomeno globale. Ora sappiamo che uno dei problemi più importanti della nostra contemporaneità è sia quello di non perdere le tradizioni popolari nazionali, soffocate dalla globalizzazione, sia quello di non contrapporre la tradizione alla globalizzazione perché l’esito dello scontro sarebbe immancabilmente sfavorevole alla prima.
Invece di farci rubare (come è stato per la pizza e il caffè) la canzonetta, perché non provare ad organizzare questo fenomeno di eccellenza della nostra tradizione nazionale e popolare in un fatto globale?