Come non liberarsi di eroi ed eroine

Quando un autore di culto arriva a scrivere la parola fine a un romanzo, meglio ancora a una saga o un ciclo, non è mai un momento facile, né per lui né per i suoi affezionati lettori. Ce lo conferma l’abitudine degli editori d’antan di stampare FINE in maiuscolo, in caratteri belli grossi, quasi per impedire ai cocciuti di sfogliarsi anche la copertina. L’ultima pagina si trasforma così in uno psicodramma (il caso Rowling-Harry Potter ne è un chiaro esempio) recitato a più voci: l’autore schiavo del personaggio e del suo mondo di fantasia, i fan che sperano nel ritorno, gli scribacchini pronti a impossessarsi del tema, gli editori. Qualche esempio?
Le contorsioni di uno scrittore seriale, geniale, e sempre in bolletta come Emilio Salgari. Nel «Ciclo delle Antille» è tutto un germinare di parentele per continuare la saga, tanto che al confronto gli alberi genealogici della famiglia Potter schizzati dalla Rowling sembrano rachitici. Il Corsaro Nero, al centro del primo episodio, si fa subito affiancare da due fratelli: il Corsaro Rosso e quello Verde. Poi sforna una figlia, Jolanda, che in Jolanda la figlia del Corsaro Nero è quasi un’eroina protofemminista ma civettuola. Non bastando le si affianca un cugino, Enrico il figlio del Corsaro Rosso che corre i mari per ritrovare una sorella perduta. Giovane donzella ottima per scatenare zuffe e salvataggi anche per l’ultimo libro della «pentalogia». E forse avrebbe proseguito se non si fosse buttato sul ciclo dei pirati della Malesia dove, per non interrompere la serie, si punta su Yanez, pur mantenendo l’inossidabile Sandokan in appoggio.
Non era il primo caso di personaggi costretti al duello sino alla pensione. Non era riuscito a sbarazzarsi di d’Artagnan e dei suoi tre moschettieri nemmeno Alexandre Dumas padre. Fu «costretto» a tornare sull’argomento ben due volte con Vent’anni dopo e Il Visconte di Bragelonne. E se lo scrittore francese è comunque riuscito a «emanciparsi» dalle sue creature inventandone altre, non tutti hanno avuto questa fortuna. Forse questo spaventa la Rowling.
Basti pensare a un altro grande della letteratura inglese: Arthur Conan Doyle. Scrisse di tutto ma quello che i fan, gli editori e i giornali volevano era sempre e solo Sherlock Holmes. Il povero Doyle-Watson cercò anche di uccidere Holmes in un ultimo titanico scontro con il professor Moriarty. Tutto inutile. Fu costretto a farlo tornare dal mondo dei morti. Che poi la cosa lo abbia frustrato per tutta la vita, poco importa. Se non lo avesse fatto qualche pennivendolo da strapazzo, lo avrebbe fatto per lui.
Ci sono personaggi che continuano a essere riscritti dopo la morte dell’autore: vedasi James Bond. Ma è sempre detto che sia un male? L’autore della Canzone d’Orlando il suo eroe l’aveva proprio ammazzato: «giunte le mani è ito alla sua fine». Eppure Boiardo e Tasso... La letteratura è così, da molto prima del «fai da te» in Internet.