Non è mai troppo tardi Deville mette tutti ko

Che emozione: primo azzurro a vincere qui dopo Alberto

Com'è strana la vita. Se ad ottobre avessimo detto a Cristian Deville «su col morale, tanto vincerai lo slalom di Kitzbuehel», forse ci avrebbe dato un pugno, il «suo» pugno sul muso. Era depresso, in crisi, arrabbiato, perché ancora una volta aveva dovuto interrompere la preparazione per un guaio fisico, alla caviglia, dopo anni di tribolazioni per le ginocchia. Era deluso anche, perché nonostante l'ottima stagione passata, un quarto e un quinto posto in coppa, il settimo ai Mondiali, lo sponsor federale Audi l'aveva ignorato, dando però un'auto in uso a Werner Heel, che pure aveva risultati peggiori dei suoi. «L'auto me la devo conquistare da solo, nessuno mi ha mai regalato nulla, va bene così, sono abituato a lottare».
E' abituato anche a brontolare Cristian, senz'acca, Deville, con la "e" finale pronunciata all'italiana, ma quest'inverno di motivi per lamentarsi ne ha davvero pochi. Dopo la grande delusione di Adelboden, fuori nella seconda manche dopo il miglior tempo nella prima, aveva reagito bene: «Avrò altre occasioni, ci sono ancora tante gare» aveva detto, ma a Wengen aveva eguagliato il peggior risultato della stagione, sesto posto come in Alta Badia, dopo un secondo, un terzo e un quarto. Mesi da incorniciare per il trentunenne della Val di Fassa che ieri, nel tempio di Kitzbuehel, ha riportato l'Italia sul gradino più alto del podio dopo 17 anni, l'ultima vittoria in slalom era stata di Alberto Tomba nel 1995.
E che vittoria per Cristian! Nel giorno in cui esplode il caso inforcate, protagonista Marcel Hirscher, austriaco col vizietto di calpestare i pali con gli sci senza accorgersene (che vergogna, non deve farla franca, speriamo che la federsci internazionale usi maniere forti anche se Hirscher è austriaco), Deville compie un capolavoro, con una seconda manche coraggiosa e perfetta su una pista devastata dalle buche e un tracciato veloce (era del tecnico degli azzurri, Jacques Theolier). Scendendo per ventisettesimo, era 4° al termine della prima manche alle spalle dei soliti noti Matt, Kostelic e Hirscher, si è buttato convinto di non aver più nulla da perdere, nessun calcolo di punti, nessun ragionamento, nessun timore. Eppure dirà di essere sceso solo per mantenere la posizione «perché quei tre sono più forti di me». Ma dove? Con Hirscher all'ennesima inforcata, da lui ignorata ma per fortuna beccata dalla tv come a Wengen (ma non ad Adelboden e Zagabria, dove ha vinto barando, dunque), con Kostelic un po' frenato dall'idea di dover arrivare per i 100 punti della combinata (sua, ovviamente), con Matt in difficoltà sulla pista rovinata, Deville ha steso tutti, infliggendo distacchi impensabili, realizzando il secondo tempo di manche (per dire, Matt il 21°, Kostelic il 23°) ed esultando col suo marchio di fabbrica, quel pugno rabbioso messo davanti al viso e mostrato alla telecamera. Che gioia! Che esaltazione!
Per il secondo giorno consecutivo gli austriaci hanno dovuto inchinarsi, se in discesa a battere i loro eroi ci aveva pensato il trentasettenne Cuche, in slalom ecco il trentunenne Deville, di due anni più giovane dei compagni di podio Matt e Kostelic, tanto più vincenti di lui in carriera, ma ieri sinceramente ammirati di fronte alla bravura dell'azzurro, ora al secondo posto nella classifica di coppa del mondo di slalom, alle spalle del croato e davanti a Hirscher, che potrebbe scivolare all'indietro se, come si spera, venisse squalificato nelle gare in cui ha palesemente inforcato.
Cristian Deville si conferma la punta dello slalom azzurro, squadrone che ieri ha festeggiato lui e anche il buon settimo posto di Giuliano Razzoli, in crescita, e il 12° di Patrick Thaler, ma ha anche sprecato molto: Gross e Moelgg, ben piazzati al termine della prima manche e all'attacco nella seconda, hanno perso uno sci fra le buche della pista Ganslern, per l'occasione attorniata da quarantamila persone, moltissimi italiani. Giornata indimenticabile.