«Non mi lamento mai ecco perché rischio di essere dimenticato»

Il regista milanese non gira un film dal 2001, ma dice: «Rifarei tutte le mie pellicole, più o meno uguali. Di sicuro oggi lavorerei di più sulla promozione»

da Roma

C'è chi ne parla come di un desaparecido dello spettacolo. Ma non si direbbe proprio, ascoltandolo. Sorride Maurizio Nichetti: «Desaparecido io? In realtà mi vedo molto spesso. Ho 59 anni, non sto fermo un secondo, in testa mi frullano mille progetti. È che sono insofferente alle lagne. Tutti abbiamo qualche sassolino nella scarpa, ma bando ai rancori. Bisogna fare, agire, creare». Voce, baffi e occhiali tondi sono quelli di sempre.
Lei sostiene che il cinema si fa quando si può, sennò si passa ad altro. In effetti Honolulu Baby risale al 2001.
«Vuole sapere cosa faccio tra un film e l'altro? Le rispondo con le parole di Carlo Lizzani: “Un grande ozio senza un attimo di tregua”. Ci si impegna a fare mille cose. Lizzani ha diretto Venezia, io, nel mio piccolo, piloto il Trentofilmfestival, che ha preso una via interessante sui temi ecologici e ambientali legati alla montagna. E pensare che, per mia natura, andrei verso la virtualità, l'effetto speciale... Non giro un film da sei anni, vero. E allora? Mi sono capitate esperienze nuove».
Avanti con l'elenco.
«Mammamia! per la Rai: 30 film da 8 minuti ciascuno, lunghi quanto due film, con la Finocchiaro. Nessuno se n'è accorto, andava in onda su Raidue all'ora del Tg1. Eppure ha fatto il 12 per cento di share. L'anno scorso 52 film da un minuto, a cartoni animati, per l'Olimpiade invernale. Ne ha sentito parlare? No. Perché non dispongo di un ufficio stampa. Per due anni ho insegnato alla Cattolica: un corso su scrittura per lo spettacolo. Da sette curo una rubrica per Ciak: consigli di buon senso a giovani che vogliono fare cinema. Arrivano migliaia di lettere, come si fa a smettere?. Poi c'è il teatro. Le sorelle Materassi con Marina Malfatti e Simona Marchini, Tootsie con Marco Columbro. L'operetta. Sa cosa significa allestire Il paese dei campanelli con 150 persone sul palco? Una fatica. Eppure, se non insulti qualcuno sui giornali, diventi invisibile, non c'è titolo».
Stavolta ci sarà. I suoi film ispirano simpatia, il pubblico si ricorda di lei vestito da cameriere, un po' Tati un po' Keaton, che corre attraverso Milano portando un bicchier d'acqua su un vassoio...
«Già. Ratataplan, 1979. Costò 98 milioni di lire, incassò 6 miliardi in tutto il mondo. Altri tempi, ero un po' viziato, lo so, pensavo che bastasse fare un bel film per avere successo. Le dico una cosa: ho girato dieci film da regista, li rifarei tutti, più o meno uguali. Ma oggi lavorerei sulla promozione. Honolulu Baby uscì a maggio in 12 copie, restò nelle sale il tempo di un weekend. Possibile che uscissero tutti schifati? No, infatti nelle arene estive fu un piccolo successo. Allora mi si accese la spia».
Un segnale era già venuto con Luna e l'altra.
«Guardi che Luna e l'altra arrivò in cinquina ai Golden Globe, nell'anno di Kolya, vinse due Nastri d'argento. Poi, certo, non incassò quanto Ho fatto splash e Volere volare, 3 miliardi e mezzo di lire l'uno, 7 l'altro. Però mi sono preso una piccola rivincita qualche settimana fa a Cannes, c'è una rassegna invernale: i pensionati francesi si sono sbellicati dalle risate vedendo Jean Rochefort in Honolulu Baby».
I suoi colleghi sono sempre pronti a scaricare la colpa su qualcuno se un film va male. Lei sembra diverso.
«Detesto i piagnistei. Molte cinematografie nazionali sono in crisi, è sempre più difficile esportare i film. Ma esiste un cinema italiano vivace, intelligente, capace di ripensare i generi. Ho visto volentieri Notte prima degli esami, Brizzi e Martani sono stati bravi nell'allestire l'operazione commerciale. Mi piacciono Sorrentino e Garrone, registi estremi e difficili. Non siamo il peggior cinema d'Europa. Magari tendiamo a rimuovere gli eccentrici, un po' com'è successo a me. Non venivo considerato italiano e intanto avevo platee incredibili a Mosca o a Toronto».
Tutto merito del personaggio Nichetti?
«Vengo dal Piccolo Teatro, ho lavorato con Bozzetto. Il mimo e l'animazione hanno dato un imprinting al mio lavoro. Cose mute con gag da cartoon. Volevo esprimermi con un linguaggio non praticato dagli altri. Nel 1978 Moretti girò Ecce bombo, raccontando un gergo generazionale, un sentimento diffuso. Ratataplan non fu una risposta milanese, però parlava, in forma lieve, da favola, di disoccupazione intellettuale. Citavo Keaton, Stanlio e Ollio. Cose del secolo scorso. Oggi se mostri un film di Chaplin in un liceo, non sanno chi è, poi magari ridono».
Ha scritto: «Milano di povera gente che corre nel niente/che sale che scende /che rientra la sera in una casa di ringhiera».
«Era un pensierino in rima, senza troppe pretese. A Milano sto bene, anche se la vita s'è fatta complicata. Ma qui lavoro da sempre: pubblicità, cartoni animati, anche il cinema-cinema che di solito si fa a Roma».
Intanto sta preparando Il dottor Clown per Canale 5.
«Sì, sei puntate sulla risoterapia. Ho tante cose nel cassetto che non dico per scaramanzia. La progettualità audiovisiva passa per la tv. Dentro di me, però, invidio Robert Zemeckis, più di Tim Burton, troppo tenebroso e barocco. Polar Express o Beowulf non saranno capolavori, ma contengono una sperimentazione tecnologica esaltante. Zemeckis sta portando avanti la storia del cinema, mi creda».