«Non mi meritate». E chiede asilo agli Usa

Edmondo Bruno Barbanti, che ha passato la giornata davanti all’ambasciata di via Veneto, sostiene di aver inventato il rimedio contro l’inquinamento prodotto da auto e moto

Francesco Bardaro Grella

Un distinto signore in abito scuro, in mano una ventiquattr’ore che stringe gelosamente, si avvicina ai cancelli dell’ambasciata americana. Senza esitazione si rivolge alle guardie: «Buongiorno, lo Stato italiano non mi merita, vorrei chiedere asilo politico». Ieri mattina alle dieci è cominciato così l’ultimo tentativo difarsi ascoltare di Edmondo Bruno Barbanti. Vispo sessantenne, nato a Tavullia, lo stesso paese di Valentino Rossi, Barbanti ha girato un po’ tutto il mondo incominciando come lavapiatti a Londra, diventato poi pilota di auto in Belgio, e ora inventore - anche se a lui non piace definirsi tale - di un dispositivo che riduce quasi a zero le emissioni nocive di qualsiasi tipo di motore a combustione.
Da più di vent’anni ha provato a farsi ascoltare da aziende automobilistiche, politici, e chi più ne ha più ne metta, ma niente, il suo dispositivo non è mai riuscito a trovare lo spazio che merita. Così, Barbanti ha deciso di spendersi in quest’atto paradossale nel tentativo di ottenere qualcosa. Tentativo che in effetti non è tanto campato per aria, almeno nella sua testa: «Lo Stato italiano non mi riconosce l’azzeramento dell’inquinamento che riesco a ottenere con la mia invenzione - denuncia Barbanti - e io chiedo l’asilo politico agli Usa. Loro almeno sono nazione da 200 anni, sono un popolo unito dove la politica risponde ancora alla gente». Inutile dire che al cancello dell’ambasciata la risposta è negativa, così Barbanti armato di santa pazienza si è seduto su una panchina e li ha aspettato. «Io qui ci rimango finché non divento pelle e ossa, qualcuno mi deve ascoltare». Le ore passano e lui rimane lì immobile a respirare i gas di scarico delle macchine in fila sotto al sole, che ha la certezza, dati alla mano, di poter eliminare. Grazie solo a un piccolo tubo. «Eccolo - dice estraendo un tubicino nero lungo trenta centimetri dalla borsa che stringeva gelosamente - sembra un normale tubo di gomma, ma è materiale aeronautico e dentro c’è il segreto che elimina le emissioni nocive. Ma lei lo sa che le marmitte catalitiche emettono gas nervino?» ammonisce. E senza perdere mai di vista la preziosa borsa, con dentro sia il tubicino, che i risultati di tutte le sue ricerche, guarda in giro desolato i tanti tubi di scappamento che impuzzoniscono l’aria. «Ho una missione che il Padreterno mi ha dato, e la devo portare a termine. Di inquinamento si muore, si deve solo avere pazienza sia per morire che per ottenere qualcosa nella vita. E io ne ho tanta».
Il tempo passa e cambiano le guardie di turno ai cancelli dell’ambasciata. Barbanti si alza, va verso di loro e ripete le richieste. Stessa risposta: «Non possiamo fare niente per lei, mi spiace» e pazientemente riprende posto sulla solita panchina. Poco dopo lo raggiunge un funzionario dell’ambasciata, occhiali scuri in volto, che gentilmente gli chiede quali siano le sue richieste. Lui risponde in perfetto inglese e la conversazione va avanti per qualche minuto. Il funzionario si allontana per poi ricomparire di nuovo. Ancora qualche battuta e il gentile funzionario scompare dietro i cancelli. «Mi ha chiesto chi ero e cosa volevo - dice soddisfatto Barbanti - gli ho spiegato tutto e gli ho lasciato i recapiti. Ci vuole costanza nella vita». L’asilo politico non l’ha ottenuto, ma si ritiene soddisfatto lo stesso. Almeno qualcuno del «Paese delle libertà», come lui lo definisce, lo è stato a sentire a differenza dei suoi connazionali. E ciò gli basta per tornarsene a casa contento, con la ventiquattr’ore che contiene il suo segreto.