«Non mi sento più un numero primo»

Quando lo raggiungo al telefono, Paolo Giordano è reduce dalla notte più lunga della sua giovane vita. La notte della vittoria allo Strega, conquistato a soli venticinque anni e con il suo romanzo d’esordio, La solitudine dei numeri primi (Mondadori). Ha spento il cellulare e si è trincerato dietro il suo ufficio stampa che fa da filtro, regola il traffico delle interviste a guisa di semaforo nel bel mezzo di un ingorgo. La voce che arriva dall’altra parte dell’apparecchio è lievemente stanca, ma non c’è nessuna traccia della tensione spasmodica del prima, della lunghissima attesa che ha preceduto lo spoglio finale. Quando ci diceva «No l’intervista perfaaavore no...». Ora si racconta con tranquillità a partire dalle impressioni più immediate. «Se devo dire quali sensazioni mi resteranno per sempre nella memoria di questa nottata... Beh quello che resta è il senso di panico prima, poi durante la serata una sensazione di progressivo svuotamento. Mentre il tempo passava mi svuotavo lentamente sinché mi è rimasto un senso vago di oppressione e contentezza...».
E c’è qualcosa della serata che non si sarebbe mai aspettato, prima di trovarcisi in mezzo, sotto i riflettori?
«La gente, il calore del pubblico. Non me lo sarei mai immaginato ma sono tutti molto partecipi, vivono il premio con intensità...».
E il rapporto con gli altri autori? Si dice sempre che è rilassato e amichevole... Ma è davvero così?
«Senza falsità: è stato rilassato davvero. In un certo senso ci scusavamo quasi l’un l’altro di essere lì, in gara... C’era davvero un bel clima, qualcuno voleva anche andare a prendere una pizza dopo la premiazione. Io non ce l’ho fatta, sono crollato...».
Nessuna esperienza sgradevole, quindi, in questo bagno di folla mediatico o nella promozione del libro.
«Sono schivo... Temevo le comparsate televisive, ma alla fine è stato meno peggio di come mi aspettassi. Sono tutte esperienze nuove e, per ora, sono divertenti da vivere...».
Dei romanzi degli altri scrittori in gara quali ha letto?
«Degli altri romanzi entrati in cinquina non ne ho letto nessuno prima di entrare in gara. E non mi sono sentito di leggerli durante la selezione del premio. Non avrei avuto la disposizione d’animo corretta. Degli altri libri in concorso avevo letto in tempi non sospetti solo quello di Emiliano Poddi, Tre volte invano, e mi era piaciuto... Sì, mi sembra di aver letto solo quello...»
Insomma, non si è avvicinato allo Strega da scrittore professionista inserito nell’ambiente, che legge tutto di tutti.
«Io non riesco ancora a immaginarmi un futuro da scrittore. Se penso al mio futuro lo vedo incerto. Non so se posso fare il professionista della scrittura, odio il vuoto, gli spazi morti che sono propri di questo mestiere. Almeno per un po’ avrò bisogno di qualcosa di più regolare. Da questo punto di vista i due anni di dottorato in fisica che mi restano da fare sono perfetti».
Però, mi scusi, è quasi inevitabile chiederle delle banalità assolute. Tipo: a quando un secondo libro? E adesso come cambierà la sua vita dopo lo Strega?
«Più la cosa prende piede (e ride di gusto, ndr), più il libro si espande, meno riesco a controllare quello che succederà dopo. E ovviamente la crescita del libro è proporzionale all’ansia da prestazione che ti prende pensando a un secondo. L’unica soluzione, l’unica cura, mi sembra sia quella di lasciar passare il tempo. E poi, quello che sta succedendo, per il momento, voglio solo godermelo e basta, non per forza incanalarlo, dargli un senso».
E di tutta questa querelle sul fatto che sia giusto premiare autori giovani o si debba solo guardare al valore letterario in sé, cosa mi dice?
«La giovinezza è una parte non scorporabile del successo del mio romanzo. Da subito sono stato etichettato come “giovane autore”, ma è solo una definizione. E secondo me cambia poco, alla fine è quello che si racconta e come... Non le etichette, che sono inevitabili...».
Tolta la targhetta giovanilistica, che cosa pensa le persone abbiano trovato nel suo libro?
«Penso che alla fine nella tristezza e nella incomunicabilità raccontata nella Solitudine dei numeri primi si trovi conforto. È una vicenda che tocca il privato, il sotterraneo... La giovinezza quindi c’entra relativamente. Forse solo nel senso che è più facile per una persona raccontare gli anni dell’adolescenza se li ricorda ancora da vicino... Tutto qui».
E scrivere questo romanzo a lei che cosa ha dato?
«Una nuova sicurezza e soprattutto mi ha permesso di fare tutte le cose che sto facendo. Poi ovviamente ognuno ama quello che scrive ma qui entriamo nell’ovvio».
La serata dello Strega l’ha presentata Marzullo. Allora per chiudere le faccio anch’io una domanda da Marzullo: Lei si sente ancora un numero primo?
«No, non mi sento più un numero primo. Quella sensazione l’avevo molti anni fa quando ero più piccolo. Più passa il tempo, più vado avanti, più mi sento un numero pari».