«Non mi sono mai drogato A tredici anni aiutavo i barboni»

Esce l’autobiografia dello showman «Al liceo ho letto Don Giussani. Da allora voglio dare positività»

da Milano

Mancava giusto un libro. In cinque anni di scorribande nel mondo dello spettacolo, Francesco Facchinetti ha fatto di tutto: dj, cantante, rockettaro, protagonista di reality e persino conduttore tv. E oggi il figlio di Roby dei Pooh, tolti l'uncino del «Capitano», i boxer da isolano famoso e le cravatte sanremesi, se ne esce con un’autobiografia, o come preferisce dire lui, «un romanzo dove parlo di me stesso»: Quello che non t’aspetti (Sperling & Kupfer, da domani in libreria), scritto a quattro mani con l’autore televisivo Domenico Liggeri «e con l'aiuto di papà, onde evitare che scrivessi scemenze».
Hai appena 28 anni: non è un po' presto per scrivere le tue memorie?
«Anch'io me lo sono chiesto, e infatti questo libro non vuole essere la fine ma l'inizio di un percorso, per sfatare il pregiudizio dei giovani “cazzari”, drogati e bamboccioni. Qualche mese fa mi hanno svaligiato la casa portandomi via tutte le cose di valore, ma grazie ai ladri ho ripensato alle esperienze importanti della mia vita, quelle che mi hanno educato e reso più forte, e le ho trascritte in questo libro».
E sarebbero?
«Intanto gli anni trascorsi a Gioventù Studentesca, l'organizzazione giovanile di Comunione e Liberazione. Ero al primo anno del liceo classico Don Gnocchi di Carate Brianza. In classe ho letto un libro di don Giussani che diceva: “La felicità è una e sola e si chiama Dio”, e lì ho capito che ognuno di noi è venuto al mondo con una missione. La mia è quella di comunicare, dare agli altri un messaggio positivo attraverso la musica, la tivù, un libro».
Tredici anni, la cresta da punk, e già catechista di un paese vicino, Carugo.
«Insegnavo ai ragazzi più piccoli, partecipavo agli incontri di preghiera e ai pellegrinaggi religiosi. Ancora oggi i miei più cari amici sono di Cl».
Poi l'incontro con fratel Ettore...
«Qui il merito è di mia madre che a 13 anni mi ha portato nella comunità Casa Betania di fratel Ettore, a Seveso, che ospitava tossici, alcolizzati, prostitute».
Ti ha portato in comunità perché «ti facevi»?
«Mai drogato in vita mia. Facevo il volontario. I miei pomeriggi, dai 13 ai 16 anni, li ho passati a contatto con malati di Aids e barboni che andavamo a recuperare nei sotterranei della Stazione Centrale di Milano. Siamo anche andati a Roma a incontrare papa Wojtyla, e lui mi ha notato tra centinaia di fedeli facendomi il segno della croce sulla fronte, come già aveva fatto qualche anno prima a Bergamo, quando fra tanti bambini aveva baciato proprio me».
Quasi un predestinato... Com'è oggi il tuo rapporto con Dio?
«Dio è il mio navigatore satellitare. Mi porta dove voglio andare».
Hai un tatuaggio di San Francesco su un fianco. Perché?
«L’ho fatto tre anni fa. Ad Assisi mi hanno descritto San Francesco come il re della festa, una sorta di “dj” ante litteram, proprio come sono io, che guarda caso porto il suo nome».
Dici anche di sentire delle “presenze”. Non ti sembra di esagerare?
«Sento delle forze che mi guidano, e sento la presenza dei miei cari che mi sono mancati quand’ero piccolo».
Ad allontanarti dall’impegno religioso è stata una passione ancora più grande: la musica. Ti ha aiutato nella carriera essere figlio di un Pooh?
«Mi ha aperto tante porte, per il resto ho fatto tutto con le mie gambe. Io busso alla porta e parlo. Così ho fatto anche con Simona Ventura, con la quale da gennaio riprenderò X Factor».
Nel frattempo a cosa stai lavorando?
«Seguo il casting per X Factor, tutti i pomeriggi sono in onda a Radio Rtl e il sabato conduco Scalo 76 su Raidue con Mara Maionchi».
Mille cose insieme come sempre. Nel libro dici: «Mi piace fare cose che non sono il mio mestiere».
«Io penso che oggi l’importante sia l'energia, il fuoco dentro. I miei idoli, Bob Dylan, Jovanotti, Vasco Rossi non sono espressione del “bel canto”, eppure con un filo di voce hanno fatto la storia della musica. Fiorello non ha una dizione perfetta, ma nel suo campo è un fuoriclasse».
E tu a quale «campo» appartieni?
«E chi può dirlo? Sono tutto e nulla di quello che faccio. Se penso alla meta mentre viaggio, allora ho finito di viaggiare».