«NON È M@i TROPPO TARDI» PER I COMPUTER

Ci sono voluti quarantaquattro anni per ripristinare, seppur in chiave telematicamente moderna, il titolo di una trasmissione che ha fatto epoca. Non è m@i troppo tardi (con la «a» scritta a forma di chiocciolina come negli indirizzi di posta elettronica) va ora in onda il martedì su Raidue, alle 9,45, ma invece di insegnare a leggere e a scrivere (come faceva l'indimenticabile maestro Alberto Manzi) a un popolo che agli inizi degli anni ’60 contava due milioni di analfabeti, mira a sensibilizzare gli italiani alla conoscenza e all'uso del computer. In linea con i tempi, l'alfabetizzazione è ora telematica, anche se il nostro è un Paese sufficientemente sveglio sotto questo profilo e una recente indagine ha stabilito che nelle case degli italiani ci sono più computer che lavastoviglie. In ogni caso Non è m@i troppo tardi può essere considerato come uno dei rari tentativi di dare attuazione allo sviluppo televisivo delle tre «I» (Internet, Inglese, Impresa) in attesa che venga dato impulso all'insegnamento della lingua inglese in una rete generalista, appuntamento non più rinviabile. La puntata di debutto del programma ha scelto una chiave particolare per instillare la voglia di avvicinarsi al mondo dei computer. Ci ha mostrato come Internet sia uno strumento di conoscenza ormai indispensabile per i disabili, e i non vedenti in particolare. Giulio Nardone, cieco dall'età di 35 anni e presidente dell'associazione invalidi visivi, ha raccontato come si sia messo a piangere quando gli fu consegnato il primo computer portatile che gli consentiva di lavorare, scrivere e non sentirsi più isolato grazie all'installazione di particolari programmi di decodificazione vocale delle pagine web. Nel corso del programma è stata ricordata l'utilità della legge Stanca, dal nome del deputato che la fece votare all'unanimità dal Parlamento: grazie ad essa, a partire dal 2004, le istituzioni pubbliche hanno l'obbligo di rendere accessibili i loro siti agli strumenti di decodifica approntati per i disabili, abbattendo in pratica le «barriere telematiche» che al pari di quelle architettoniche rendono oltremodo complicata la vita di chi già deve fronteggiare un handicap. Chissà se l'appello finale dell'intervistato, quell'invito a «farsi sotto e imparare a usare il computer», avrà convinto non solo i disabili all'ascolto ma anche una parte di pubblico ancora scettico sull'importanza del computer come strumento di conoscenza e comunicazione. Nelle prossime settimane vedremo in quali altri modi questo programma, progettato in collaborazione con il ministero per l'Innovazione e le tecnologie, cercherà di alfabetizzare telematicamente gli italiani non ancora provvisti di un computer.