«Non partire» l’aveva implorato la fidanzata

Bepi Castellaneta

da Bisceglie

La tragedia è stata annunciata in mattinata dallo squillo del telefono: ha risposto il padre, un militare gli ha detto che il figlio era rimasto ferito in un attentato a Nassirya, ma poco dopo quel sottile filo di speranza è stato spazzato via dalla drammatica verità affiorata dalla polveriera irachena: il maresciallo capo dei carabinieri Carlo De Trizio, 37 anni, in servizio al nucleo radiomobile di Roma, nell'attentato contro la pattuglia italiana ha perso la vita.
La casa di famiglia, al secondo piano di una palazzina al numero cinque di via Milano, a Bisceglie, grosso centro affacciato sull'Adriatico a una quarantina di chilometri da Bari, è sprofondata nel dolore: un dramma stampato sui volti rigati dalle lacrime di parenti e amici che hanno raggiunto l'abitazione per esprimere cordoglio e solidarietà. «Amava profondamente il suo lavoro, l'Arma dei carabinieri, la sua missione in Irak», dice il padre Nicola, direttore dell'ufficio postale di Corato, un paese vicino. E racconta che il figlio aveva deciso anche di imparare la lingua araba per essere più utile in quella terra dilaniata.
Il giovane sottufficiale prima di partire - ed è cosa di pochi giorni fa - ha salutato e ha tranquillizzato la fidanzata, Cristina, una ragazza di Messina: stavano insieme da un anno, si vedevano a Roma ogni fine settimana, lei non voleva che andasse a Nassirya, lui le ha promesso che al ritorno avrebbero potuto finalmente comprare casa e si sarebbero sposati. Ma il sogno è stato spazzato via, cancellato da quella bomba contro la pattuglia italiana.
La madre del maresciallo, che aveva parlato con il figliolo il 19 aprile, quando Carlo aveva telefonato per fare gli auguri alla sua nipotina, che proprio quel giorno compiva sette anni, ieri è crollata e si è sentita male, è stata assistita dai medici giunti sul posto con un'ambulanza.
Poi è calato ancora il silenzio sulla palazzina di via Milano martellata dalla pioggia, verso la quale prosegue il pellegrinaggio di parenti, amici, gente del quartiere, semplici conoscenti. «Carlo aveva deciso di partire - continua il padre - perché voleva fare qualcosa di importante per quella popolazione e noi, benché fossimo preoccupati, non ci siamo opposti perché avevamo capito quale spirito lo animava». Era lo spirito di un carabiniere scrupoloso e determinato, un giovane che tutti ricordano con affetto, qui a Bisceglie, anche se il lavoro da tempo lo aveva portato a Roma. «Era interessato a un appartamento vicino a Castel Sant'Angelo», racconta Carlo Antonio, proprietario di una pizzeria nella capitale. I due erano grandi amici, il maresciallo gli aveva regalato il modellino di un elicottero dei carabinieri.
Tutti concordano: Carlo era un ragazzo riservato e senza grilli per la testa. Le sue passioni erano la moto e la palestra. Nel '90 aveva preso servizio alla stazione Farnese; poi il trasferimento al nucleo radiomobile, dove il comandante, maggiore Luigi Grasso, lo descrive come «un uomo dalle qualità umane e professionali uniche». L'ufficiale ricorda il momento dei saluti: «L'ho incontrato il 9 aprile prima della sua partenza per l’Irak - dichiara - e poi l'ho sentito al telefono: era sereno, soddisfatto e tranquillo per l'esperienza che stava vivendo».
Ma Carlo De Trizio ormai era un veterano. Aveva prestato servizio in Bosnia, era già stato in Irak per quattro mesi alla fine del 2004. Poi la decisione di tornare, stavolta come interprete. Il lavoro lo portava lontano, ma era molto attaccato alla famiglia: il padre Nicola, la madre Elisabetta, casalinga, il fratello maggiore Giovanni, imprenditore.
I parenti hanno ricevuto la solidarietà del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, e del vescovo, monsignor Giovambattista Pichierri. «I genitori sono affranti, distrutti», dice il prelato. Il commissario prefettizio, Donato Cafagna, ha indetto due giorni di lutto cittadino.
Intanto, davanti al portone di via Milano, continua ad arrivare gente: tra gli altri Antonio Altavilla, l'appuntato di Bisceglie ferito a Nassirya nell'attentato del 12 novembre del 2003: «Ho abbracciato il padre di Carlo, mi sono mancate le parole - racconta - oggi più che mai vorrei essere lì, in Irak, a dare coraggio e forza ai miei commilitoni».
(ha collaborato Alessia Marani)