Non passa al Senato americano la nuova mozione contro Bush

Resta aperto il nodo della medaglia d’oro alla città di Zara e al suo ex prefetto

da Washington

Tutto è relativo in politica, anche l’aritmetica. Quest’ultima dice che in due giorni prima la Camera poi il Senato di Washington hanno votato contro la politica di Bush in Irak. Ma in realtà quel voto non significa niente. La differenza è prima di tutto procedurale. La Camera aveva approvato venerdì un documento contro la guerra, ma non ha i poteri per impedirla e dunque quella mozione costituiva poco più di un «sondaggio» e pressappoco una valvola di sfogo per il malumore.
Toccava al Senato, semmai, fare qualcosa, e il Senato ci ha riprovato ieri, dopo che una manovra ostruzionistica dei repubblicani aveva impedito, la settimana prima, che si arrivasse a una votazione. Questo perché il regolamento del Senato richiede almeno 60 sì perché questo tipo di risoluzioni diventi effettivo.
Venerdì scorso la richiesta, presentata dai democratici, aveva raccolto 49 voti contro 47, con il consenso aggiuntivo di due repubblicani. Ieri gli oppositori della guerra ci hanno riprovato con un testo leggermente modificato, ma soprattutto formalmente al di sopra dei partiti, in quanto presentato congiuntamente da un democratico e da un repubblicano. In questo modo i sì sono saliti da 49 a 56, i no sono calati da 47 a 34. Altri cinque repubblicani si sono aggiunti ai due «dissidenti» votando assieme all’opposizione, e un’altra decina si sono rifugiati nell’astensione oppure hanno disertato l’aula. Tuttavia la nuova somma è 56. Sono mancati quattro suffragi alla maggioranza richiesta nel primo voto procedurale: quello cioè se aprire o no formalmente il dibattito. In altri termini i senatori Usa hanno votato se votare, ed è bastato il no di un terzo per bloccare nuovamente il procedimento. Quando 34 senatori su cento appoggiano la linea della Casa Bianca non si dovrebbe parlare di «vittoria» per il presidente. Ma la strategia di Bush in questo momento consiste soprattutto nel guadagnare tempo, e sotto questo aspetto gli è andata bene anche stavolta, anche se quasi un terzo dei suoi naturali sostenitori gli ha voltato le spalle o votando con l’opposizione o astenendosi.
I democratici adesso ci riproveranno, e il traguardo dei 60 voti sembra a portata di mano ma non lo è. Anche perché Bush dispone di un alleato, si fa per dire segreto, nel partito d’opposizione. Eletto come indipendente contro un candidato democratico e con l’appoggio di gran parte degli elettori repubblicani del Connecticut, Joe Lieberman ha aderito al gruppo democratico assicurandogli quel seggio in più che gli consente di controllare tutte le commissioni senatoriali. Lo ha fatto perché è un «liberal», ossia un uomo di sinistra su quasi tutti i problemi, escluso l’Irak. Lieberman ha fatto sapere ai colleghi che, se lo metteranno con le spalle al muro, potrà «saltare il fosso», e riportare i repubblicani a parità di seggi. In questo caso il voto decisivo sarà quello del vicepresidente Cheney, teoricamente presidente del Senato.