Non è come Pato ed è meglio così

Ce lo chiediamo tutti in queste ore ed è forse il caso di approfondire l’interrogativo suggestivo fiorito mercoledì notte a Torino: ma Balotelli è il Pato dell’Inter? Per rispondere in modo soddisfacente al quesito bisogna partire da lontano. E cioè dalla scorsa estate, quando Moratti e Mancini furono tra i primi a parlare di Pato dalle nostre parti, a interessarsi concretamente al suo trasferimento, a trattarlo prima di battere in ritirata. Avessero avuto cognizione del tesoro nascosto in casa, dentro il recinto del settore giovanile, avrebbero indirizzato altrove le ricerche. Alla loro età, all’età di Mario Balotelli e di Pato, ci sono esami da superare per passare dallo status di talenti promettenti a qualcosa di molto più consistente: l’altezza dell’asticella e lo slancio nello scavalcarla determinano i giudizi. Pato ha debuttato nel campionato brasiliano, ha giocato il mondiale per club (togliendo a Pelè il record del più giovane esponente schierato in un torneo Fifa), ha dato inizio al suo apprendistato italiano con esibizioni soddisfacenti, più in casa che fuori per il vero. È più avanti, insomma, nella traversata del deserto. Balotelli si è lasciato ammirare un paio di volte in coppa Italia, ha mostrato straordinarie doti, ha firmato un gol da fantascienza a Torino e tradito qualche spigolo del carattere di cui si è occupato ieri il presidente Moratti calibrando i giudizi in modo da non provocare una ubriacatura del giovanotto.
Ecco, allora, spuntare la prima differenza. Uno, a 18 anni appena compiuti, il brasiliano insomma, sembra uno stagionato professionista, allergico ai colpi di testa, l’altro, il bresciano di origine ghanese, è un vero «Gianburrasca» che pensa d’essere già al pari di Ibrahimovic. Somiglia, da questo lato, più a Cassano che ai tempi dell’under 21 di Gentile lasciò tutti di stucco con la frase: «Ma io non posso giocare con i ragazzini...». Mancini, e lo spogliatoio neroazzurro, si sono incaricati di metterlo in riga, di disciplinarne il carattere ché il talento invece va liberato. Può darsi che arrivi anche più lontano di Pato, in carriera. Ma senza la testa è improbabile.
Qualche tempo fa, quando chiedemmo a Paolo Maldini perchè mai suo fratello Piercesare, giudicato da taluni allenatori persino più dotato di lui, non avesse avuto la sua stessa gloriosa carriera, la risposta fu illuminante. «Perchè la differenza tra un giocatore forte un anno o due da un campione che dura vent’anni, è scavata dalla fedeltà ad alcuni valori morali, dalle motivazioni, dalla voglia di allenarsi, bene, tutti i giorni» le parole usate dal capitano del Milan, pieno di coppe e di medaglie.
Balotelli è il giocatore forte dei nostri giorni, diventare calciatore prima che campione, eliminare i difetti, valorizzare le virtù che non sono poche. La natura gli ha fatto grandi doni, non li sprechi. E se qualcuno ripete in pubblico che è il Pato dell’Inter, si ribelli pacato: rivendicare la propria identità è sintomo di personalità.