Non perdetevi LaChapelle e tutte le altre...

Si soffre al pensiero di quanto impegno si sia messo nel preparare grandi o insolite mostre a Milano, e quanto poco di queste si abbia notizia fuori che nel servizio dei giornali che indicano calendari e scadenze. Appare singolare che la città di Milano non abbia fino ad oggi (forse lo avrà nell’avvenire) un capitolo di bilancio per la comunicazione istituzionale che, attraverso opuscoli, manifesti e spot diffonde e tenga viva la notizia della densa e variegata attività culturale, dal cinema al teatro, dai concerti alle mostre, in un succedersi incalzante che non ha eguali in nessun’altra città italiana. E così, per alcuni, sarà una rivelazione suggerire un itinerario che vada dalla prossima (ma già dotata di catalogo) mostra di Giséle Freund nella galleria Sozzani in un pertinente collegamento con il 40° dell’agenzia Grazia Neri alla intensissima mostra di David Lynch alla Triennale e, nella stessa sede, agli anni Settanta. Tutto avviene sommessamente, con discrezione, per non disturbare. Ma David Lachapelle avrebbe potuto richiamare almeno duecentomila visitatori. Si tratta di un’impresa molto ambiziosa, ma si sono limitati a vederla i visitatori stranieri. Non la si perda. Così come l’altra mostra che in Palazzo Reale documenta, con diverse emozioni, e passioni combattute, l’arte delle donne, quasi un dizionario delle donne artiste dal 1530 al 1960: molte opere notevoli e molte sorprese fra le quali si raccomandano due scatole, per reliquie o per Baci Perugina, di Marianna Elmo e di Emma Bonazza detta Tigiù, o le composizioni delle sorelle Coroneo, a fianco di capolavori di Sofonisba Anguissola, Artemisia Gentileschi, Rosalba Carriera, Frida Khalo. Sarà una coincidenza ma, è ancora la creatività femminile a essere riconosciuta nell’altra mostra dedicata a Vivianne Westwood le cui invenzioni segnano non solo il costume ma la nostra epoca. In diverso senso preziosa e carica di storia tradotta in immagini, la mostra di quasi un secolo di copertine della Domenica del Corriere. Un’occasione preziosa per trovare di un’epoca gli aneddoti e le storie minori che caratterizzano i modi di pensare fino a costringerci alla commozione. E poi non si dovrà perdere la mostra-laboratorio di Bruno Munari alla Rotonda della Besana allegra e fantasiosa in corrispondenza con lo spirito del grande architetto nato cento anni fa. Infine gli anni Settanta messi in scena abilmente alla Triennale trovano il loro referto esatto, implacabile e poetico nelle fotografie di Ugo Mulas al Pac. Se sopravvivete al monumentale catalogo troverete la mostra tanto spontanea quanto profonda.