"Non perseguì i colleghi" Per De Magistris non vale l'obbligo di azione penale

L'ex toga avrebbe ignorato le indicazioni del gip che gli chiedeva di indagare sui rapporti tra i magistrati di Potenza e Lecce

di Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo

Ancora guai per De Magistris. Non molla la presa, il pm di Salerno Carmine Olivieri, e ricorre in appello contro l’assoluzione dell’ex collega finito prima alla sbarra per omissione in atti d’ufficio e poi assolto «perché il fatto non sussiste». Chiede una condanna a sei mesi di reclusione. Per l’accusa, l’attuale sindaco di Napoli, quando vestiva ancora la toga, non solo disattese un provvedimento del gip che gli chiedeva di compiere ulteriori accertamenti sui rapporti tra magistrati di Potenza e Lecce in coda a un’inchiesta per usura, ma anzi propose per ben due volte richiesta di archiviazione del fascicolo. Dunque, senza curarsi minimamente dell’articolo 112 della Costituzione sull’«obbligatorietà dell’azione penale» di cui, pure tante volte, lo stesso De Magistris si era detto rigido osservante.

Una condotta descritta nei motivi d’appello del pm salernitano con parole durissime: «Il dottor De Magistris non ha ottemperato al provvedimento del gip e non lo ha fatto sulla base di una precisa scelta, una scelta che, oltre ad integrare la componente psicologica del dolo, va a refluire nella dimensione oggettiva del reato, fino a rendere qualificabile la sua inazione come contegno indebito ai sensi dell’art. 328 co. 1° cp». In altre parole, De Magistris ha omesso di esercitare l’azione penale per accertare eventuali responsabilità di due ex colleghi di Potenza, il gip Iannuzzi (quello delle famose inchieste di Woodcock) e il pm Roberta Ianuario.

La vicenda parte da lontano, con la querela presentata da un commerciante pugliese, Luigi Stifanelli, nei confronti di un istituto di credito che, a suo dire, gli avrebbe fatto pagare tassi da strozzino, e rimbalza dalla Puglia alla Basilicata e da qui alla Calabria e, infine, alla Campania. Perché Stifanelli querela prima il gip di Lecce e il consulente tecnico che gli hanno dato torto (Del Coco e Garzia) e poi i magistrati di Potenza che li hanno prosciolti (Ianuario e Iannuzzi). Solo a questo punto, il procedimento atterra sulla scrivania di De Magistris che, il 12 marzo 2007, chiede l’archiviazione del procedimento a carico di questi ultimi due. Il giudice risponde picche e, con un’ordinanza del 16 ottobre 2007, ordina al pm di indagare in maniera più approfondita sui «rapporti di amicizia, di frequentazione o di interesse» tra i magistrati di Potenza e il gip e il consulente tecnico di Lecce. E che cosa fa Giggino ’o flop? Nulla.

Scrive infatti il pm Olivieri: «Il dott. De Magistris, di fronte a un ben preciso tema di indagine indicatogli dal gip (...) bene ha pensato di non procedere ad alcuna investigazione, semplicemente procedendo a reiterare in data 25 agosto 2008 la richiesta di archiviazione, munita della seguente succinta motivazione circa la superfluità delle indagini suppletive indicate dal gip: “Per come già rilevato nella precedente richiesta di archiviazione del 12 marzo 2007, dagli atti del procedimento non emergono fatti da contestare agli indagati, anche in ragione delle indagini suppletive disposte da codesto giudice in sede di udienza del 16 ottobre 2007”...».

Peccato che, a sentire il pm di Salerno, queste indagini suppletive non ci sono mai state. Giggino il temporeggiatore - a sua volta denunciato dall’instancabile Stifanelli alla Procura di Salerno - non avrebbe acquisito una carta, sentito un teste, analizzato tabulati telefonici nei sei mesi di tempo concessigli dal giudice. E ne va pure fiero, visto che «in sede di interrogatorio sia davanti al gup sia davanti al collegio dibattimentale, il dottor Luigi De Magistris ha coerentemente affermato di non aver dato corso alle indagini indicategli dal gip in quanto, in base alla sua personale convinzione di pm, quelle indagini sarebbero state del tutto superflue...» alla luce anche della documentazione integrativa prodotta dalla persona offesa in corso d’opera.

E pensare che tutta questa sicurezza, tutta questa sicumera, Giggino double-face le ha dimostrate solo quando era in magistratura: da quando è diventato politico a tempo pieno, ha scoperto che è meglio andare coi piedi di piombo coi giudizi avventati. «Attenti a dire che ogni azione della magistratura va presa per oro colato», confidò a un giornalista del Corriere del Mezzogiorno 24 ore dopo il rinvio a giudizio a Salerno. Insomma, da Giggino ’a manetta a Giggino ’o garantista (di se stesso).

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it