Non è più la mia città

Ero a cena dalla mamma, ieri, nella campagna senese. Lì si mangia presto, alle 19, e già sapevo che all'apertura del telegiornale i tortellini al ragù, per quanto buoni, mi sarebbero andati di traverso guardando gli occhi di Antonia. Antonia è la badante di mia madre, e voglio dare a questa parola il significato antico, che ormai si è perso nell'uso quotidiano. Antonia «bada» mia madre con affetto, cura, tenerezza e attenzione: con la dolcezza e la pazienza comprensiva che si deve a una persona anziana. Antonia è romena, e quasi ogni pasto le va di traverso per le tremende notizie che arrivano ogni giorno sui suoi connazionali. Cerca il mio sguardo, gli occhi velati di lacrime trattenute, mentre la voce del giornalista racconta le sevizie che hanno portato in coma irreversibile una donna romana: «Non siamo tutti così noi romeni... quelli sono delinquenti... perché li fanno entrare?».
Certo, non sono tutti così i romeni. Il marito di Antonia è venuto dai boschi della sua terra per fare nei nostri boschi quel durissimo lavoro che facevano i miei nonni ma che già mio padre non ha più voluto fare. Il loro sogno è poter tornare in patria, un giorno, con il loro educatissimo bambino, e costruire una casa con i risparmi. I rom sono altra cosa. Popolo nomade vive razziando. Ci saranno le eccezioni, certo, ma lo loro cultura è quella.
Per questo ce ne sono tanti a Roma, insieme a delinquenti di ogni etnia, compresa la più numerosa, quella italiana. Perché Roma, città opulenta di turisti e pellegrini, sbracata e permissiva, è il luogo ideale per chi vive di espedienti e di razzia. Certamente c'entra anche lo spirito d'accoglienza cristiana (se non qui, dove?), che permette di campare anche a chi non è abbastanza volonteroso o bravo da arrangiarsi. Fatto è che la violenza, a Roma è aumentata sensibilmente, da anni. Il centralissimo quartiere dell'Esquilino, per esempio, è stato a lungo territorio di scontro fra bande di extracomunitari, prima che i cinesi - vincenti - vi portassero una loro legalità che non sempre combacia con la legalità istituzionale. Ma ovunque, davanti ai palazzi rinascimentali come nelle periferie, nella metropolitana e nelle strade, la gente ha paura. Soprattutto le mamme hanno paura quando vanno a spasso con i bambini spingendo la carrozzina. I delinquenti sanno che in quel momento sono più deboli e ne approfittano con viltà disgustosa. Due mie conoscenti hanno subito un tentativo di borseggio e uno di scippo da parte di giovanissimi dall'aria pericolosa, e ho sentito di innumerevoli altri casi. Se non puoi stare tranquillo portando a passeggio un neonato, vuol dire che vivi in un luogo pericoloso.
Perché i media se ne accorgessero sono state necessarie - in questa città che ha tanto cara la fama - due vittime illustri, il regista Tornatore e il giornalista Sposini. Perché il governo accennasse a prendere provvedimenti seri, per Roma e per tutto il Paese, è invece occorso che Walter Veltroni diventasse segretario del Partito democratico. E che, come possibile, futuro capo del governo, invocasse i provvedimenti rigorosi che avrebbe potuto chiedere - e non lo ha fatto - come sindaco. Meglio tardi che mai, ma non giurerei sull'efficacia delle misure governative, visto che il responsabile dell'ordine pubblico, il ministro Amato, sembra preoccupato soprattutto dalla possibilità che qualche romano dalla testa calda istituisca delle ronde d'ordine o punitive. Ipotesi deprecabile, certo, e che sarebbe sorprendente da parte di un popolo tollerante come quello romano, uso a venire alle mani più per motivi calcistici o politici che per amore d'ordine. Forse Amato comincia a sospettare che i cittadini non condividano poi tanto la sua acquiescente comprensione, manifestata tante volte, per le altre culture, anche per quelle che vivono di razzie.
Giordano Bruno Guerri
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