Non piace più il genere lanciato da Ford

«Mi chiamo John Ford. Faccio western». Cinquant’anni dopo nessun regista, vista la scomparsa del genere, accosterebbe il suo nome unicamente alla parola western. Tranne forse Michael Cimino che dopo il flop colossale di I cancelli del cielo vive solo di ricordi e di citazioni di Ford, appunto, quando affermava che in un film non dovevano mancare un cavallo, una montagna e una coppia che balla (come in Sfida infernale). Triste destino per l'unico genere cinematografico che ha abbracciato tutta la storia della settima arte americana, dal fatidico 1903 con L'assalto al treno di E.S. Porter fino ai primi anni Novanta con i sette Oscar di Balla coi lupi di Kevin Costner e i quattro di Gli spietati di Clint Eastwood. In mezzo tutta una serie di capolavori e di grande successo: negli anni '40 Jess il bandito di Henry King, L'uomo del West di William Wyler e Duello al sole di King Vidor; negli anni '50 Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinnemann e Il cavaliere della valle solitaria di George Stevens, Sfida all'O.K. Corral e I magnifici sette di John Sturges.
Negli anni '60 e '70 continua il successo del western, complice anche un rinnovamento del genere con gli esempi celebri postsessantottini di Sam Peckinpah (Il mucchio selvaggio), Arthur Penn (Piccolo grande uomo), Ralph Nelson (Soldato blu) e Sidney Pollack (Corvo rosso non avrai il mio scalpo), senza dimenticare il fondamentale capitolo del nostrano spaghetti-western di Sergio Leone. Oggi invece che fare western non è più arte popolare ma esercizio di stile, si fa fatica a ricordarne i titoli (ad esempio Dead Man di Jarmush), vere e proprie meteore anche al botteghino. Solo Kevin Costner nel 2003 con Terra di confine ha superato i 60 milioni di dollari confermandosi così l'unico regista contemporaneo che di sé potrebbe dire: «Faccio western».