Non piace a Travaglio: la Matone è ok

«Ha nominato capo di gabinetto la giudice minorile Simonetta Matone, la vicePalombelli di Porta a Porta, che scambia la telecamera per la camera di consiglio e ha sempre una parola inutile per i processi altrui, da Cogne a Rignano, da Erba a Garlasco». Avevo messo da parte questa Travagliata, nel senso di esternazione di quel Marco Travaglio che esecra le partecipazioni televisive altrui probabilmente perché a lui sottratte, visto che ha solo Anno Zero, molti Crozza e parecchi Fazio, perché mi riprometto da tempo di parlare di Simonetta Matone. È una donna forgiata nell’acciaio, di essere sempre controcorrente nella sua categoria e di corporazione non si è mai preoccupata, anche se ha pagato, eccome. Averla scelta come capo di gabinetto del ministero delle Pari Opportunità è una chance formidabile offerta a un dicastero sempre lasciato nell’ombra.
Sulle sue scrivanie c’è sempre stata la fotografia di Giuliano Vassalli, il grande giurista socialista per il quale ha lavorato quattro anni, dal 1987 al 1991, al ministero di Grazia e Giustizia. Ma nel 1979 Simonetta Matone era già vicedirettore del carcere delle Murate a Firenze, pieno dei terroristi di Prima Linea. Fu l’inizio di una carriera forte, che passò per il carcere romano di Rebibbia. Dopo l’esperienza con Vassalli diventò magistrato minorile, e nel Paese dove la mamma e il papà sono ancora sacri, ma pure il '68, ebbe il coraggio di dire che «Non esiste più la figura del padre: il maschio italico ha perso, in seguito alla rivoluzione femminista, la sua autorità, e questo era ed è giusto. Ma insieme ha perso anche un bene prezioso, la sua autorevolezza. E ha reagito in due maniere, opposte e devastanti entrambe: assenza o violenza. Tutti i ragazzi che passano di qua e si siedono su quella sedia hanno in comune un dato: nessuno stima il padre. Con la figura paterna tradizionale è scomparso il senso del dovere e della dignità. Le donne, purtroppo, sono spesso inadeguate a ricoprire il doppio ruolo».
A Rebibbia, alla fine degli anni Ottanta, la dura Matone concedeva permessi ai detenuti prima che la legge lo prevedesse. Confidava nell’opinione del cappellano, padre Mario Berni, uno che non sbagliava mai. Di quell’epoca conserva una targa: «A Simonetta, che tante volte ci aprì le porte».
Mi piace dedicare questa rubrichetta a Simonetta oggi che l’anniversario della strage di Bologna si avvicina, sarà il 2 agosto, perché la dottoressa Matone è convinta, al pari di me, e con argomenti migliori, dell’innocenza di Francesca Mambro e di Valerio Fioravanti. C’è un grande bisogno di grazia.