«Non posso ancora tornare tra la gente»

(...) versato in Liguria. L’assenza del movente sconvolge tutti i protagonisti. Sconvolge lo stesso Bilancia, che rilancia le sue verità, la sua denuncia di un complice ancora in libertà che nessuno vuole cercare e catturare, il suo desiderio di non essere considerato un caso chiuso in una cella. Sconvolge Ilaria Cavo, che lo incontra senza neppure un vetro di protezione, lo intervista costretta a rincorrerlo nei suoi continui cambi di umore e di versione, lo porta su quel palcoscenico che lui voleva ma senza lasciarlo mai libero di usare le sue nuove verità come un’altra Smith & Wesson calibro 38.
L’assenza del movente sconvolge però anche Enrico Zucca, il pm che ha costruito tutta la sua accusa sulla confessione del serial killer cercando di associare a ogni parola dell’arrestato un riscontro oggettivo trovato sulla scena del crimine. E che quando il suo stesso testimone chiave vuole aggiungere un altro pezzo di verità lo ferma, non gli crede più. Il magistrato è il primo a riconoscere che l’inchiesta non è inattaccabile, che sono stati commessi errori. Ma non accetta di correre dietro alle esternazioni di Donato Bilancia. Alla fine lo interroga, ma non riapre il caso. Tiene sulla scrivania un faldone con le nuove rivelazioni, ma la caccia al secondo killer non la dà.
Ilaria Cavo fa da arbitro del match. Ricostruisce con dettagli mai conosciuti finora la storia degli omicidi e delle indagini. Incolla al libro chi la vera storia del killer non l’ha mai seguita da vicino e vuole scoprirla, e anche chi la conosce bene ma non abbastanza da essere al corrente di tutti i dettagli che lei ha scoperto dai diretti interessati. Si fa guidare dal pm nella ricostruzione della vicenda, ma quando qualcosa potrebbe far vacillare le certezze della pubblica accusa, non lo mette subito con le spalle al muro, aspetta che siano i fatti successivi a dare al lettore ogni possibile mezzo per farsi un’idea completa.
Le perizie degli esperti balistici Luciano Cavenago e Maurizio Michelini avevano già detto agli inquirenti, il 12 dicembre, che a uccidere gli sposini di piazza Cavour e il cambiavalute di Ventimiglia era stata molto probabilmente la stessa arma. Ma nessuno voleva parlare di serial killer. Neppure il 9 gennaio, quando i periti avevano aggiunto anche il delitto dei due orefici nella lista di quelli «firmati» dalla stessa calibro 38. Errori forse decisivi da parte degli inquirenti, commessi quando molte vittime di Bilancia erano ancora salvabili. Decisivi almeno come quelli commessi da chi non rilevò le impronte sulle manette con le quali vennero immobilizzati Maurizio Parenti e Carla Scotto.
Lo stesso Zucca, subentrato più tardi nell’inchiesta che contava altri morti, ammette di non aver avuto ben presente quella perizia balistica. «Nessuno mi ha mai chiesto di comparare i proiettili degli omicidi genovesi con quelli che noi stavamo facendo analizzare al Ris», spiega il pm che aveva il compito di coordinare le indagini di polizia e carabinieri, che hanno sempre lavorato su strade diverse e parallele, senza che qualcuno confrontasse i risultati che avrebbero portato al nome del sospettato numero uno prima che Pino Monello lo confidasse ai carabinieri. Il libro racconta cosa c’è davvero dentro queste crepe dell’inchiesta.
E in queste crepe si infila Donato Bilancia. Ilaria Cavo annota tutto. Le espressioni di un killer che non si è mai fatto vedere neppure al processo, le sue parole, le sue battute e le sue reazioni. Lo porta a parlare delle sue vittime, a fargli dire per la prima volta come si giudica. «Di Centanaro e Parenti non me ne frega niente - dice con sprezzo -. Non sono intenzionato a chiedere perdono, me ne frega meno di niente». Mentre pensando al delitto di Elisabetta Zoppetti e alla bimba rimasta orfana per colpa sua, il killer dice di essere «lacerato da questo rimorso. Mi preoccupa parecchio, mi sveglio sudato, mi sento soffocare, sto malissimo».
Il metronotte Giangiorgio Canu sostiene di averlo scelto a caso come vittima. E la Cavo si sofferma su questo aspetto, perché questo delitto è uno dei più controversi, soprattutto per il movente che Bilancia non ha mai ammesso davvero, neppure nella confessione che per il pm era invece sincera ed esaustiva. Il processo che ha condannato il serial killer a tredici ergastoli è stato molto rapido, meno di due anni dal giorno dell’arresto. «Non è stato un processo ma un plotone di esecuzione», protesta l’ergastolano. Che sembra quasi una persona qualunque quando giudica i suoi compagni di carcere, quelli che «violentano i bambini» e che lui, per questo, «non riesce neanche a guardarli in faccia». Si condanna a restare dentro da solo: «Non posso mica tornare in mezzo alla gente, ora. Non sarei in grado, non è il momento». Eppure ha già fatto tutti i passi necessari per tornare fuori il più presto possibile. Con un permesso premio tra due anni, con la semilibertà tra dodici. Come lo era stato per Maurizio Minghella, l’altro serial killer ligure che, in semilibertà aveva ucciso ancora. E anche Bilancia ammette di poter tornare a uccidere, ma lo nega quando il microfono registra le sue risposte. Ilaria Cavo però lo registra sempre e lo affida ai lettori. Non le interessa se Bilancia ritenga la sua una storia degna di pubblicazione. «No, non c’è nulla da raccontare. La mia è una storia semplice, molto più semplice di quello che la gente pensa», dice il killer congedandosi da lei. L’ultimo bluff non gli riesce, stavolta ha davanti una giornalista, quella che ha portato in giro per l’Italia le immagini del G8, quella che ha scavato nel giallo di Cogne come nel caso Parmalat. Lei ha ancora una storia incredibile da raccontare. E lo fa.
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