Non posso perdere il tempo che non ho

Chi va piano va sano e va lontano. Può essere. Però poi non deve lamentarsi se quello dietro gli suona il clacson. E neanche se al cinema è già cominciato il secondo tempo. Tantomeno se le lasagne sfornate dalla moglie due ore prima sono ormai a temperatura ambiente. Per quel poco che al lettore può interessare, non sopporto la lentezza. Mi fa venire l’orticaria. Infatti faccio tutto in fretta. Contestando punto per punto i comandalenti (che pubblichiamo a pagina 17), ideati certo da qualcuno che non aveva niente da fare. Tipo un deputato o un pescatore. Stamattina, tanto per disobbedire al decalogo, mi alzerò cinque minuti dopo, cercando di battere la permanenza in bagno per la toilette (un quarto d’ora), ma finora nessuno mi ha detto che puzzo, e in cucina per la prima colazione, in piedi naturalmente (trenta secondi con un bicchiere di latte gelato).
In coda nel traffico? Mai, basta andare a lavorare il sabato e la domenica, evitando le estenuanti transumanze del weekend, di Ferragosto e di tutte le abominevoli feste comandate (e anche il punto 12 è così sistemato). Il sabato mattina in città è perfetto per spedire una raccomandata, ma per non buttar via quei tre o quattro minuti d’attesa, contro i trenta o più dei giorni feriali, meglio portarsi il giornale da casa. L’ultima volta che sono entrato in un bar il presidente della Repubblica era Einaudi (detesto il caffè, mica è una colpa), comunque il barista lo saluterei sempre, naturalmente senza fermarmi a chiacchierare. Per evitare equivoci, aggiungo che non lo farei, e non lo faccio, neanche con un ammiraglio o con un ingegnere nucleare incontrato per strada.
Molto più prudente una telefonata (breve) di un sms: evita di leggere l’ineluttabile risposta. L’educazione non va mai dimenticata, anche se non bisogna esagerare: per esempio si corrono grossi rischi a chiedere «come stai?» a chi non ha il dono della sintesi. Due cose contemporaneamente sono utili solo se fanno guadagnare tempo: per esempio leggere un libro (corto) e soffiarsi il naso. Figurarsi se scelgo una palestra dall’altra parte della città. A parte il fatto che la ciccia me la tengo stretta, ho preso (in affitto) l’appartamento libero più vicino all’ufficio. Così tra andare e tornare non passa più di mezz’ora.
Purtroppo l’agenda (tascabile, si fa prima a leggerla) la riempio, eccome, di impegni. Ma, se non sono appuntamenti, ho la cronica tendenza al rinvio. Che serve, appunto, a non perdere tempo. Permanenza massima al supermercato? Venti minuti, posteggio compreso. Un’occhiata, fulminea, alla convenienza e spesa extralarge valida per un mese: il freezer l’hanno inventato apposta. Il negozio sotto casa, a Porta Romana, ce l’ho: è di cinesi, credo emigrati da via Paolo Sarpi. Peccato che per il momento non mi serva un ritratto fosforescente di Giovanni XXIII: però potrebbe venir buono per un regalo di Natale. Al risparmio, di tempo e quattrini.
Camminate ne faccio un sacco, da solo, perché finora non ho trovato nessuno che regga il mio passo. Il collega con cui vado a mangiare ogni giorno alle due e mezza in punto (prima c’è la fila, dopo non si trova più nulla), Daniele Abbiati, si mette in marcia tre minuti prima, ma quando io riesco dalla Birreria Cavour, lui sta ancora arrotolando le tagliatelle. I giornali li scorro, non li leggo, salvo i rari articoli che mi interessano; la tv la guardo ignorando lo zapping, ma da appassionato di quiz confesso che mi vedo ogni sera sia Il milionario sia L’eredità, che pure vanno in onda in simultanea, confidando nelle secolari pause di Gerry Scotti. Due programmi in un’ora, che meraviglia.
Quanto alle ferie non faccio mai più di quattro giorni di seguito (come premesso il sabato e la domenica sono obbligatoriamente lavorativi). Quindi la decompressione post vacanze non so neppure dove stia di casa. Infine non ho bisogno di ripetere «Non ho tempo». Chi mi conosce lo sa. Comunque ho già perso troppo tempo a scrivere questo pezzo su irrifiutabile commissione. Ci sentiamo. Presto, mi verrebbe da dire, se avessi tempo da perdere.