«Non posso sbugiardare Deaglio»

(...) al quale le teorie democratiche attribuiscono una frazione reale di sovranità, grande o piccola a seconda del numero di abitanti di un paese. Ebbene per questo piccolo sovrano, che mi piace altresì chiamare «uomo qualunque» (ai pochi lettori dei miei saggi storici è nota l'incontenibile simpatia che ho sempre provato per il movimento di Guglielmo Giannini), ci sono due fatti inconfutabili. Il primo è che un'alta figura istituzionale, il leader dell'opposizione, all'indomani delle ultime elezioni politiche, ha denunciato pesanti brogli elettorali. Che non gli si sia dato ascolto, e non si sia proceduto alla verifica delle accuse, è segno solo del preoccupante imbarbarimento della lotta per il potere che caratterizza l'Italia di questo inizio di secolo. Il secondo è che un giornalista noto e apprezzato (non da me) ha scritto un libro, - pubblicato da una grossa casa editrice e presentato in una trasmissione televisiva condotta da una opinion maker tanto stimata (sempre, non da me) da avere libero accesso ai più antichi e prestigiosi quotidiani del paese, come La Stampa-in cui si avanza il dubbio che i risultati elettorali siano stati manipolati dalla destra. Se un organo di informazione ufficiale come la RAI, il governo della Repubblica, rappresentanti delle istituzioni incaricati di vigilare sul rispetto delle regole, hanno ritenuto che Deaglio rivelasse talune «zone d'ombra» intollerabili nella democrazia della «società aperta», si concederà all'«uomo della strada/uomo qualunque» qualche motivata perplessità. Come se ne esce? Con il rinvio a giudizio del giornalista che non potrà mai provare i suoi sospetti ma che aveva, nondimeno, il diritto di manifestarli? O con una decisione politica, con un invito delle più alte cariche dello Stato a riaprire le urne e a ricontare le schede?
Nel mio articolo, mi sono semplicemente limitato a ricordare due (e soltanto due) fatti - le denunce, opposte, di Berlusconi e di Deaglio - e le impressioni da essi suscitate in chi guarda la politica dal basso. Per Lussana non ero neppure autorizzato ad avanzare l'ipotesi (anche nel caso di ipotesi dell'irrealtà) che il direttore di «Diario» potesse avere qualche freccia al suo arco! A suo parere, avrei dovuto dire, apertis verbis, che Deaglio è un incompetente, un bugiardo o qualcosa di peggio. È una concezione della «libertà di stampa» che, francamente, avrebbe fatto trasalire il mio amato Benjamin Constant!
*Professore ordinario di «Storia del pensiero politico» Università di Genova