Non potete uccidere nel nostro nome

No, non vogliamo tacere, caro Direttore, malgrado sia questa la conclusione del suo editoriale per la morte di Eluana. Noi, italiani, quindi concittadini, fratelli di Eluana, non vogliamo, non possiamo, non dobbiamo tacere perché Eluana è stata uccisa in nostro nome, con la sentenza di un magistrato. E noi non siamo assassini, non ci sentiamo assassini, non ci riconosciamo assassini.

Se quella in cui viviamo è una democrazia, ebbene i governanti tutti, dal Capo dello Stato ai magistrati, ai politici, ai medici, sappiano che da oggi in poi una delegazione di cittadini sarà presente (deve essere presente) ufficialmente e dare il suo assenso a qualsiasi manovra che implichi la morte di un paziente, dal distacco delle macchine all’espianto degli organi. Perché da quanto è avvenuto abbiamo imparato diverse cose, ma prima di tutto che noi, i cittadini, non abbiamo nessun reale potere, neanche in situazioni determinanti come quella che implica la nostra responsabilità di una morte. La volontà dei parenti non è sufficiente a garantirci e non può essere quella che prevale proprio perché la responsabilità di quanto viene fatto non ricade sui parenti, ma su di noi.

Non eravamo forse noi, concittadini di Eluana, a provvedere all’assistenza, a pagare le spese della sua malattia? Si sono forse lamentate una sola volta in diciassette anni le suore che ne avevano cura? Che diritto aveva il padre di condannarci ad ucciderla? Per pietà verso di lei? Ma non hanno forse assicurato che non sentiva nulla e che quindi non soffriva? La dignità della morte? È chi guarda che la vuole, non chi non ne è consapevole. La morte è oggi un mistero molto di più che nelle epoche passate, in quanto sono aumentate vertiginosamente le tecnologie per la sopravvivenza, ma non altrettanto il sapere scientifico sull’organismo umano. Non bisogna mai dimenticarsi la differenza fra la tecnica e la scienza.

Purtroppo spesso i medici si comportano come se la dimenticassero, e dimenticassero così l’abisso di ciò che non sappiamo, a proposito per esempio del «coma vegetativo», malgrado siano passati tanti secoli dal momento in cui Cartesio si dibatteva nel primo, elementare tentativo di distinguere fra res cogitans e res extensa. Come mai la Natura è così cieca, così inconsapevole delle condizioni estreme di un organismo da continuare a scandirne l’orologio biologico indispensabile per la funzione riproduttiva?

Questa è soltanto una delle domande che si pongono ad uno scienziato di fronte al cosiddetto «coma vegetativo» e sta a significare il fatto che abbiamo moltissimo da studiare, da capire, e che è assolutamente delittuoso fingere di sapere. Per non dire poi quanto sia straziante, con il cuore rivolto ad Eluana, pensare «quanta vita» segnalasse la presenza di quell’orologio alla cui regolarità si sono affidati i primi uomini per calcolare il passare del tempo come dimostrano i «calendari» mestruali incisi con delle tacche nelle pareti delle grotte preistoriche. Dobbiamo perciò affrontare i motivi veri di quanto è avvenuto, senza prudenze e timori reverenziali per nessuno, visto che questo è l'unico modo giusto per vivere davvero in una democrazia. Alla domanda sul perché si sia verificato uno scontro così forte fra i detentori del potere, è facilissimo rispondere: perché il Potere ha la sua origine e si fonda sul controllo della morte. Assume il potere, dando così vita e delimitando un gruppo, colui che riesce ad impadronirsi del diritto ad uccidere e a far uccidere togliendolo a tutti gli altri. È perché si fonda sulla morte che il detentore del potere è stato sempre, almeno fino alle moderne democrazie, contiguo alla Trascendenza, al Sacro, alla Divinità: Stregone, Sciamano, Faraone, Gran Sacerdote, Imperatore, Re.

La morte, infatti, ha sempre segnato il confine con un al-di-là, con un mondo misterioso, con una Potenza superiore a quella degli uomini, quale che fosse il suo nome: Dio, Dei, Angeli, Demoni. Il problema delle democrazie odierne, perciò, è l’inverso: essendo i detentori del potere per definizione privi di trascendenza, si affannano a dichiararsi tanto laici che anche la morte è priva di trascendenza. A questo scopo viene trasformato sempre di più il concetto di morte, il suo limite, la sua natura. In altri termini, per essere sicuri che non appartenga al sacro, la morte oggi è tale perché viene definita dall’uomo. Ciò non toglie, però, che la legge del potere rimane sempre la stessa: usare la morte. Da questo punto di vista dobbiamo riconoscere che l’unico che, pur sapendo governare, non possiede la natura di uomo di potere, non sa essere uomo di potere fino in fondo, è Berlusconi.

Tutti gli altri, viceversa, magistrati, medici, capo dello Stato, si sono battuti per affermare il proprio potere come superiore a quello degli altri, e quindi consapevolmente per esercitare il diritto di morte. C’è una volontà così ossessiva, da parte delle Sinistre, di opporsi a qualsiasi cosa faccia Berlusconi, da far loro perdere di vista il bene comune del Paese, e addirittura portarli, come in questo caso, a situazioni estreme che si configurano quasi come forme di crudeltà. Sembra una puntuale prova di questa crudeltà l’aver scelto come oratore per la manifestazione su Eluana un uomo come Scalfaro che, pur dichiarandosi cattolico, ha emesso nella sua vita due legalissime sentenze di morte: una, da marito, contro sua moglie e l'altra, da magistrato, contro un militare.

In conclusione bisogna stare molto attenti a non accantonare, per spirito di pace, quello che è diventato evidente in questi giorni: un sistema democratico può scivolare facilmente nella dittatura quando non sussista la forza delle coscienze individuali nell’affermare la propria libertà. La libertà di coscienza è compito sia dei credenti che dei non credenti: obbedire alla lettera delle leggi uccide lo spirito. Ed ha ucciso Eluana.